domenica 25 gennaio 2026

Bingo!

 https://lasedia2punto0.blogspot.com/2024/05/little-boy-i-wanna-marry-you.html?m=1


In questo post di marzo 2024 avevo parlato del futuro lunedì 19 gennaio 2026: i nostri 10 anni da quando ci hanno beccato (i 10 anni di luce) e avremmo dovuto celebrarli con un matrimonio.

Il 19 gennaio 2026 invece siamo andati al Bingo per la prima volta.

Niente nastro tra i capelli, niente Palazzo Imperiale, anche se la macchina l’abbiamo ugualmente posteggiata nel parcheggio di Piazza Dante.

Niente Gaiotti e niente Marcobella come testimoni.

La sveglia che a marzo 2024 avevo impostato alle 18 del 19/01/26 non ha suonato e, se avesse suonato, non ero sul treno.

Solo un lunedì sera come tanti:

una visita veloce al mio neonato pronipote Leandro (❤️), un negroni e un margarita nei vicoli, e poi la decadenza suprema del bingo.

Il fumo, la voce che chiama i numeri troppo in fretta, la gente concentrata che non chiacchiera e non ride, e noi che invece si ride come due scemi.

Come due che 10 anni fa sono nati nel modo più sbagliato in cui può nascere una coppia e non hanno ancora imparato a stare composti.

Non ci siamo sposati perché la vita ci sta correndo troppo addosso e le piccole grane ci consumano, perché non sapremmo come organizzare due case e due figli e forse anche perché al momento non serve.

Perché dopo dieci anni iniziati da amanti, dopo le vergogne metabolizzate e le nostre vite tenute insieme con lo sputo, l’amore e l’ironia, l’unica cerimonia possibile adesso era sedersi lì, in un bingo mezzo vuoto, perdere tutte le partite giocate, farci l’improbabile selfie, e infine tornare a casa con cinquanta euro in meno e identici a prima.

Io avevo paura di non arrivarci viva.

Ci sono arrivata.

Ma non mi sono ri-sposata.

In questi giorni di gennaio 2026 è uscita una canzone che si intitola Gennaio 2016.

Un tiro mancino del destino come regalo di anniversario.

Forse vincere è esattamente questo: far finta che ci abbiano dedicato una canzone ed esserci ancora, senza bisogno di promettere niente, in un lunedì 19 gennaio dove non si manifestano neanche gli spacciatori di popper,

ma noi sì. 

Bingo.


https://youtu.be/h-wP0wN_hso?si=bsw0BOAnQxP69Sr4


Tiromancino, Gennaio 2016





domenica 18 gennaio 2026

Spaco botilia



 Hai mai buttato la spazzatura in un momento di rabbia?

Io credo di averlo fatto spesso ma solo ieri mi sono accorta di quanto sia terapeutico per quei pochi secondi in cui lo fai.

Naturalmente la terapia vale solo se fai la differenziata.

Io non sono una cittadina modello: differenzio solo plastica e vetro. Tutto il resto finisce in un unico sacchetto e porta lo stesso generico nome: rumenta.

Plastica, vetro e rumenta.

Ieri pomeriggio, come ormai spesso succede, ero in preda a crisi varie, film mentali, preoccupazioni e rabbia che non si può veicolare verso qualcuno, perché non c’è in effetti nessuno da accusare.

Quel genere di rabbia che non può fare rumore se non dentro di me.

E ieri pomeriggio ho appunto buttato la plastica, il vetro e la rumenta.

Avevo una ventina di bottiglie che ho iniziato a cacciare nel buco della campana verde con tutta la forza che avevo.

Sentivo andare in frantumi le bottiglie vuote di vino, prosecco, superalcolici e quelle delle passate di pomodoro.

C’ero solo io che lanciavo una bottiglia dopo l’altra, contandole ad alta voce, e c’erano le fredde note extra dry e acute del vetro che si spacca.

Musica e voce, dio che meravigliosa liturgia liberatoria.


In quel momento ho pensato che tutto sommato l’AMIU (salve Bruno!) fa bene a chiedermi quasi 500 euro all’anno di Tari.

Son soldi ben spesi.

- Ma se stai così perché non ti fai vedere da uno bravo?

- Oh, non ne ho bisogno, pago già un botto di Tari che comprende la terapia della rabbia mentre faccio il vetro.


Poi però la rabbia è tornata.

Ma il vetro era finito.

E alla rabbia, quando non ha più bottiglie vuote da far suonare, resta solo una voce di merda che sbaglia sempre bersaglio.




venerdì 5 dicembre 2025

La tragedienne del giovedì sera

 Avevo voglia di dire qualcosa, tipo che il mondo come sta diventando inizia a farmi veramente tanto schifo.

Solo che mentre iniziavo a scrivere stavo seduta su una panchina di fronte al solito mostro: il 189 che mi deve riportare a casa dopo circa 12 ore di sorrisi d’ordinanza e gentilezza forzata.

Ma lui, il 189, non parte mai.

La mattina nasco già stanca e dolorante qua e là, ma forse il vero problema non è la stanchezza o il dolore: è la tachicardia mentale.

Quella che si vede benissimo, incisa in una ruga verticale ormai permanente subito sopra il naso, che mi sfigura anche quando sorrido. E poi, sopra quella ruga, si appoggiano occhiali appannati, pieni di graffi e delle mie impronte digitali, che non mi fanno vedere bene quello che scrivo.

Ho pensieri che entrano chiassosi come bambini capricciosi, rubando prepotentemente la mia attenzione, tutti con la loro urgenza, tutti con la pretesa di essere considerati il pensiero più importante, e poi se ne vanno senza ripulire quel cesso della mia testa spettinata su cui hanno piantato le loro scorie.

E io resto lì, più vuota, più sporca, più accecata e più spettinata che mai, con un filo di trucco sbiadito e il rossetto mezzo scancellato, che rende ancora più indecorosa la mia inquietudine.

Avevo voglia di dire qualcosa di decente.

O quantomeno di abbastanza disturbante da sembrare interessante.

Non ste robe che suonano come un rospo tossito dal clochard incazzato di Principe.

Poi è passata anche quella voglia, come tutto il resto.

Ed è rimasto solo quel rospo - che oltretutto mi somiglia tantissimo con quella faccia da ‘andatevene affanculo tutti quanti’.



giovedì 13 novembre 2025

E&G

Ci sono momenti in cui i pesi enormi sono solo granelli di sabbia: minuscoli, ridicoli, innocui, così leggeri che in passato avrei potuto soffiare via senza neppure la fatica di un respiro.

Ci sono periodi come questo, in cui quei granelli diventano un deserto intero che mi ingloba, mi entra negli occhi, mi violenta la gola, mi invade i polmoni già pieni di West rosse, fino a schiacciarmi da fuori e da dentro.


E mentre affogo in questa sabbia microscopica, mi vergogno.

Perché so che intorno a me c’è chi non lotta contro granelli, ma contro macigni veri, quelli che se ti cadono addosso non hai neanche il tempo di chiederti perché e ti rompono le ossa.

E io qui, asfaltata dal nulla e con un metatarso rotto senza un valido motivo.

Se provo a restare in piedi e a respirare è solo per voi due, E&G.

E forse anche un po’ per un senso di decenza verso chi, i macigni, li porta addosso davvero, e nonostante tutto continua a camminare, senza il lusso di crollare come faccio io, dietro l’ombra dei miei granelli.


domenica 2 novembre 2025

L’alchimista del cesso

 Fase 1 – La pozione (pre-shampoo)

Obiettivo: risvegliare i ricci, nutrirli e ammorbidirli.

Ingredienti a disposizione nel mobile del bagno:

- 2 cucchiai di Garnier Fructis Hair Food Burro di Cacao rigenera ricci;

- 1 cucchiaio di Schwarzkopf Gliss Ultra Repair Bond Building Mask, riparatore strutturale, che mi tappa le crepe del capello incazzato;

- 10 gocce di Vitalcare Imperial Argan Oil che sigilla, idrata e dà quella lucentezza finale da ho dormito otto ore e bevuto due litri d’acqua, anche se non è vero.

- dalla cucina: 1 cucchiaio di miele che lucida e mi addolcisce un po’ anche l’autostima.


Rituale

In una ciotola, mescolo tutto con un cucchiaio (di legno, perche voglio sentirmi una strega medievale autentica).

Applico su capelli asciutti ciocca per ciocca.

Pettino dolorosamente con pettine a denti larghi e con l’autorevolezza di un domatore di leoni.

Devono essere “imburrati” anche se alla fine sembrano più “impanati” e pronti per essere fritti.

Copro con la cuffia della nonna anche se non ho mai avuto una nonna e quindi nemmeno una cuffia. Copro con la pellicola da cucina.

Lascio agire 60 minuti, più o meno il tempo in cui scrivo, correggo e pubblico ‘sto post e mi fumo una sigaretta.


Fase 2 – La purificazione (shampoo)

Obiettivo: lavare i capelli.


Ingredienti a disposizione nel mobile del bagno:

Uno Shampo, che è sempre diverso ogni mese perché mi piace sperimentare. 

Attualmente ho Organic Innovation - Ricci, con olio di cocco e olio di bambù.


Rituale

Sciacquo via l’impanatura, massaggio lo shampoo dolcemente, concentrandomi sul cuoio capelluto, non sulle lunghezze.

Sciacquo bene, liberandomi anche dal malumore accumulato in settimana.

Ripeto l’operazione anche sulle lunghezze e risciacquo.


Fase 3 – L’illuminazione (post-shampoo)

Obiettivo: Chiudere la cuticola per far brillare la chioma come un led.


Ingrediente a disposizione nel mobile del bagno:

Balea Glow&Shine Laminier Kur (DM, che non si capisce mai un cazzo di cosa c’è scritto nell’etichetta in tedesco ma costa poco).


Rituale

Tampono i capelli (devono essere umidi, non fradici).

Applico una noce di prodotto su lunghezze e punte.

La noce non basta, quindi diventa una mela.

Lascio agire 5–10 minuti, il tempo di riflettere sul senso della mia vita e concludere che ci penserò un altro giorno.

Sciacquo con acqua tiepida e, per sigillare il tutto, finisco con un getto di acqua fredda per chiudere le cuticole e sperare di dire addio al crespo.


Fase 4 – L’ascensione (asciugatura)

Applico sulle lunghezze la crema ricci, l’unica per me veramente valida: Adornricci senza capricci.

Eseguo ciocca per ciocca un accurato scrunch, mentre penso che la dignità dovrebbe almeno impedirci di usare questi termini del cazzo al posto di “mi strizzo i ricci con le dita”.

Se possibile, lascio asciugare al naturale, con buona pace della mia cervicale; in alternativa diffusore tiepido.

Quando sono quasi asciutti, aggiungo una goccia di olio di Argan solo sulle punte, così, come benedizione finale, o un’estrema unzione.


Fase 5 - La rivelazione (risultato sperato)

Morbidezza, lucentezza, docilità, con quella chioma a specchio che riflette la luce da pubblicità anni ’90, ma con l’anima decadente che mi piace tanto.


Fase 5 bis - La rassegnazione (risultato effettivo)

Il solito: tipo paglia del presepe.

Ma tant’è, sono un’alchimista del cesso, e non posso sottrarmi a questo destino.


È giunta l’ora della Fase 2.

Ciao.




PS: mi sembra piuttosto superfluo specificare che non ho preso sacchi dai sopracitati brand per questo post, data l’assenza di un pubblico.

Ma a scanso di equivoci, avviso l’Agenzia delle Entrate che se gli stessi me ne avessero dati, sarei stata ben lieta di pagarci le tasse.


venerdì 3 ottobre 2025

Ah, no

 Oggi 3 ottobre ho portato l’iPhone in riparazione perché si è rotto l’altoparlante, credo.

Come mai? mi chiedono.

Ma boh, che cazzo ne so, scusate.

Se quel telefono non è in mano mia, è per terra perché mi cade sempre dalle mani. 

Difficilmente è in qualche altro posto.

È stato anche dentro un water di un 5 stelle lusso ad Artimino mentre facevo un sopralluogo. Non certo perché fossi lì in vacanza, ci mancherebbe.

Però la tipa dell’hotel mi aveva simpaticamente garantito che non sarebbe successo nulla: meglio in un water di un 5 stelle lusso che in quello di un autogrill. Almeno lì ci cagano e ci pisciano i ricchi.

Ci ho pisciato anch’io che sono una povera morta di fame comunista.

E forse è per quello che il mio iPhone ha perso la voce.

Comunista con l’iPhone perche il Rolex non me lo potrò mai permettere.

Comunque, oggi l’ho portato in riparazione e in quell’ora cosa faccio senza telefono?

Niente.

Mi godo un’ora di vita da sveglia senza telefono. Figata. 

Vado al bar e prendo un caffè e un pasticcino con la crema pasticcera e due lamponi.

Vado a pagare con il contactless, ah no, non ho il telefono.

Vabbè. Mi metto sulla panchina e mi faccio una partita a homescapes, ah no.

Vabbè, chiamo Benny, l’ex capo che abita da quelle parti, così ci facciamo un saluto, ah no.

Vabbè, mando un paio di mail di lavoro così mi porto avanti, ah no.

Vabbè, vado su fb a vedere le stronzate che scrive la gente, ah no.

Vabbè, mi guardo una puntata di Dexter, ah no.

Vabbè, vediamo come si veste oggi quella influencer su ig che tutti i giorni ci dice come cazzo si veste, ah no.

Vabbè, mando un vocale a Germa per dirgli che me lo meno e che mi fa male il piede con la gotta, ah no.

Vabbè, vediamo se sul gruppo famiglia la mamma ha scritto che ha finito il Tavor, ah no.

Vabbè, vediamo se l’amministratore ha convocato l’assemblea straordinaria di condominio, ah no.

Vabbè, vediamo che ore sono, ah no.

Manco so che ore sono, se non ho il telefono.

Un’ora senza telefono e la mia vita si è fermata. Stop.


Intanto la gente muore a Gaza e dei volontari che cercano di portare aiuti umanitari sono finiti in un carcere israeliano. 

Ma io non so come passare un’ora del mio merdoso tempo senza il cazzo di iPhone.

Vuoto cosmico, in una splendida giornata di sole autunnale.


Ah no. In quest’ora senza vita ho saputo fare ì conti:

€ 104,50

• 100 di riparazione telefono

• 2 di caffè e pasticcino coi lamponi 

• 2,50 di Secolo XIX e TV Sorrisi e Canzoni (diomio così anni 80!) che non avrei mai comprato se non fossi stata senza telefono per un’ora.

Totale dell’operazione: un telefono resuscitato e la consapevolezza di una coscienza in stato comatoso.


E quella mica si ripara con 100 sacchi.