domenica 28 aprile 2019

Oleandra

Ci ho pensato.
Mi nascondo dietro a un avvelenamento.
L’avvelenamento è la mia scusa, il mio rifugio.
Il mio veleno, dunque, è la mia risposta.
Ma una persona può avvelenare solo se è velenosa, non se è avvelenata.
È semplice no?
Chi è avvelenato muore.
Chi è velenoso uccide.
Chi è entrambe le cose, boh.



martedì 2 aprile 2019

Fai la nanna, cogliona

Ci stanno un sacco di cose dentro al bunker nero temporale che va dall’1:59 alle 3:00 di una sola notte primaverile all’anno.
Ho sempre trovato magico questo salto.
Sarebbe il nascondiglio perfetto dove ficcarci ricordi che non dovrebbero mai essere dimenticati, le delizie dell'amorebello, figure di merda di cui andare orgogliosi, gatti morti, i diari dei segreti di bambina, i pensieri segreti della donna, le foto che non stanno più nei 32 giga dell’iphone, il ciuccio e il fazzolettino di Edo, qualche bottiglia di sambuca, un paio di coglioni di riserva quando i miei latitano, gli “scusa” non detti, le nozioni dimenticate, un po’ di soldi per i periodi di magra e cose così.
Prima che aboliscano i bunker neri che vanno dall’1:59 alle 3:00 di quelle notti, devo organizzarmi per procurarmene uno e occuparlo.
Poi arriverà un giorno, tra un bel po’ di anni, in cui i bunker temporali non saranno più disponibili da tempo e si sentirà la gente dire “ma ti ricordi quando una volta all’anno cadeva una notte che aveva un buco dalle 1:59 alle 3:00...” eccetera eccetera.
Ed io, che ho letto il libro "Come diventare ricco a seconda del segno zodiacale" svuoterò il mio bunker da tutta la mia rumenta accumulata, me lo rivenderò da spudorata speculatrice e diventerò finalmente ricca.

Che grandiose idee del cazzo mi vengono quando dovrei dormire.





mercoledì 6 febbraio 2019


Ma perché d’improvviso ti sei svegliata e te ne stai con gli occhi sbarrati e ciechi, sotto a un soffitto di stelle finte ormai spente e inglobata in un dubbio più buio della stanza buia?
Stai ferma, non muoverti, non alzarti e
non-fare-assolutamente-quella-cazzata.
Torna giù e abbandonati ancora per un’ora alla quiete del tuo riposo, ché l’ossessione di rincorrere  la luce, talvolta, provoca embolie nel presunto visionario quando riaffiora troppo rapidamente da un sonno confuso, dal disagio di un'incertezza, dalle profondità dell’ignoto.
Decomprimiti.



(Ma quale musica.)

lunedì 31 dicembre 2018

Come under my wings

Volevo che anche qui ci fosse il tuo regalo fatto di immagini montate su colonna sonora meravigliosa scritta per un film horror che dobbiamo ancora vedere.
L’abbiamo ascoltata mille volte e ogni volta ci chiediamo come possa il malinconico e onirico abbandono di questa ballata accompagnare un film di paura.
Chissà in quale scena sarà.
Ma chi l’ha scritta è un demiurgo di profonde e inaspettate suggestioni, quindi ok, noi ci fidiamo, in fondo la paura può anche suonare le note più dolci e commoventi.
Se poi penso a tutti i miei momenti di felicità di questi tempi - so già che la cosa ti darà assai in culo - non posso ignorare il fatto che nell’attimo stesso in cui nostra signora dei sospiri mi raggiunge e mi travolge, io ho imparato a vedere chiaramente anche la sua faccia opposta e nascosta: quella della paura.
Quando provo felicità, io provo intimamente anche una fottutissima paura che mi paralizza.
E vorrei diventare davvero così piccola da stare tutta sotto un paio di ali, buone o crudeli che siano, basta che mi proteggano. 

Eh oh, son (s)fatta così.



Unmade, Thom Yorke

venerdì 23 novembre 2018

Conversazione immaginaria

L: Sei una persona spregevole

A: Non è vero. Ho fatto una cosa spregevole ma non sono spregevole. Sono due cose diverse

L: Spiegami la differenza

A: Ieri sera ho fatto un pollo, ma non sono un pollo

L: Solo da questa risposta si capisce quanto tu faccia schifo

A: Sì ma il pollo era buono.











domenica 4 novembre 2018

Pillola rossa o pillola blu

Da tempo ormai mi sembra di vivere in una specie di Matrix, un posto finto dove tutto quello che sei convinto sia la realtà è invece una enorme illusione, una favoletta, una bugia. 
Ma non c’è nulla di fantascientifico in tutto questo, non ci sono macchine dominatrici che inviano a nostro cervello immagini virtuali che ci fanno percepire una realtà che in realtà non esiste, siamo semplicemente noi che la ce la creiamo reciprocamente, siamo amici conoscenti parenti amori e amanti programmati per dare l’immagine che vogliamo dare di noi o di chi ci sta vicino.
Le percezioni che ne conseguono sono reali ma ciò che viene spacciato per vero è fittizio.
La realtà è quella che vive nelle teste inaccessibili di ogni individuo, ma fuori da quelle teste esiste solo un mondo distorto.

Ho pensato a questa cosa mentre ero nel paese di sta minchia. È nei piccoli paesi che si manifesta maggiormente la mia cecità e la beffa dell’apparenza, proprio perché ad una prima percezione assolutamente reale sembrano così al limite tra la vita e la morte e immaginare intrecci assurdi di vite in un contesto del genere è quasi impossibile. La distorsione di fatti e persone, nel paese di sta minchia, ha trovato per me il suo più grande esempio.

  • Dove finisce il paese di sta minchia, c’è un parcheggio affacciato sul mare, dove una volta ho scattato delle foto molto belle. Io stanotte sono andata da sola in quel parcheggio, ho ascoltato musica, ho fumato qualche sigaretta, ho respirato l’aria di pace e tranquillità di un paese mezzo morto il sabato notte, ho tirato le somme di quest’ultimo week end e non sono mai uscita dalla macchina perché non volevo andare in nessun altro posto; fosse anche cascato il mondo, mai e poi mai avrei messo piede fuori dalla mia macchina. Dopodiché ho messo in moto e me ne sono andata.
  • Dove la banca di Cherasco fa angolo, nel paese di sta minchia, c’è una stradina molto buia di notte, lì chiunque può  fare tutto quello vuole e nessuno può vederlo. Io stanotte sono uscita dalla macchina posteggiata davanti al mare e sono andata all’imbocco di quella stradina dove ancora il buio non inghiottisce tutte le cose, mi sono tirata giù le braghe e le mutande, ho allargato le gambe, mi sono accucciata e, come una cagna che deve segnare un territorio, ho iniziato a urinare superbamente e lungamente, schizzando piscio sulle pareti della cazzo di Banca di Cherasco e lasciando lì ogni tossina che mi avvelenava. Dopodiché sono tornata al parcheggio che si affaccia sul mare, sono salita in macchina, ho messo in moto e me ne sono andata.

Una delle due versioni è una piccola Matrix.



Erik Truffaz, let me go


mercoledì 29 agosto 2018

< no title >

Il rutto del mio vicino come fosse il grugnito di un cinghiale ha in sé il conforto di un suono domestico.
Mi mancherà tantissimo quando l’inverno chiuderà le nostre finestre e non avrò più la compagnia quotidiana del suo rutto.

Andate affanculo tutti.