È stato un mese strano, impegnativo.
Avevo scritto delle cose e le avevo
infilate in una busta.
L’avevo affrancata con due francobolli da 1.25 euro. Erano anni che non compravo un francobollo, tanti anni.
La busta è rimasta nella mia borsa per quasi 10 giorni.
Quando poi è diventato inutile spedirla, è finita nel tavolino del mio ingresso, ed è lì che sta ancora, insieme a una marea di vecchie chiavi sparse che non so nemmeno più che cosa aprano.
Questo mese se ne sono andate delle persone, come tutti i mesi d’altronde.
In particolare una molto vicina a me, uno spazio di 5 passi tra la mia scrivania e la sua.
E in particolare altre due, una madre e una figlia, inghiottite da uno dei mari più belli del pianeta. Di passi tra casa mia e la loro forse 100 o forse meno.
Questo mese ho visto il mio capo piangere per la prima volta da quando lavoro con lui, e sono 18 anni che lo faccio. L’ho visto tante volte piangere dal ridere, ma di dolore mai.
E questo mese ho visto un marito e padre salutare e abbracciare con un sorriso devastato un numero imprecisato di persone che non potevano dargli alcun conforto, di fronte a telecamere indiscrete che aspettavano solo di veder uscire una bara bianca e una color legno.
Questo mese ho visto da vicino lacrime tipo quelle descritte da Camus, che si incastrano lentamente nelle rughe della pelle come fossero contenute tra le sponde di un fiume.
Si dice che le donne abbiano più coraggio nell’affrontare il dolore e la paura.
Ma mentre provo a guardare da un buco della serratura il dolore e la paura di tre donne, penso che io non ho avuto manco il coraggio di spedire una busta o di andare semplicemente a stringere una mano, gesti che probabilmente avrebbero dato conforto solo a me.
Questo mese è stato un mese strano, impegnativo.
E vigliacco.
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