giovedì 16 aprile 2026

Con un piede sotto il culo

 Sto seduta così da sempre.

Dal banco dell’asilo alla sedia dell’ufficio, passando per tavoli, divani, panche e momenti di relax un po’ storti.

Un piede sotto il culo, la scarpa e la suola contro il pantalone e la sedia.

E quella macchia che resta sui tessuti, sempre. 

Vien da ridere se pensi che posso aver pestato una merda, prima di accomodarmi.

Non ho mai controllato e mi è sempre andata di culo.

Non è una postura elegante.

Non è corretta.

Non è pulita.

Ma è il modo più naturale che ho trovato per stare al mondo senza sentirmi troppo esposta.

Per tenermi insieme, raccolta e piegata su me stessa mentre tutto il resto impone espansione, compostezza ed educazione.

Ogni tanto qualcuno mi riprende.

La Giusy per esempio, lei lo faceva sempre.

Si incazzava, con quel modo amoroso e sgrœso da fratella maggiore. 

Ma ora lei purtroppo non è qui e il mio piede sotto il culo, in quell'ufficio, d'ora in poi resterà impunito.


Dopo più di cinquant’anni seduta così, ho capito che forse il punto non è smettere di sporcare sedie e pantaloni.

È smettere di pensare che sia sempre necessario stare al mondo come si deve.

Ché tanto il mondo gira lo stesso e riesce sempre a sporcarci in altri modi.


Immagine chiaramente generata con IA.
E' bastato chiedere "fammi 'na cartolina con tanto di francobollo
e una bella fettina di culo sotto un  piede numero 40."
 

giovedì 12 febbraio 2026

Via Salgari 449/5

 Leterno riposo

dona l'oro Signore

splenda dessila

luce perpetua

riposino impace

E così sia.


Quando ero piccola mia madre, prima di cantarmi Buonanotte Fiorellino, mi faceva dire a mani giunte L'eterno riposo per i nonni.

Io lo dicevo così, sbagliato come l'ho scritto, e mentre lo recitavo, mi chiedevo cosa cazzo stessi dicendo ai nonni e perché non potessi dir loro qualcosa di più semplice del leterno riposo, tipo “ma com’è che ve ne siete andati via tutti e 4 prima che io venissi al mondo?”

Ancora oggi le mie preghiere restano confuse, imprecise e sbilenche e le facce dei nonni solo delle immagini che non posso nemmeno allargare con le dita.

In questi giorni sto guardando la casa della mamma sapendo che saranno  le ultime volte.

La guardo con pudore come si guarda qualcosa che sta per essere spogliato e tolto di mezzo.

Lei non ci vuole più tornare, sta bene dove è adesso. E così sia.

Dismettere la casa dei genitori è, da sempre, una immensa menata che prima o poi fanno tutti.

Ma solo adesso mi rendo conto che chi lo ha fatto prima di noi, lo ha fatto in intimo silenzio, come se non potesse svelare a nessuno il segreto di questo piccolo lutto domestico.

Il mio Leterno riposo, oggi, è dedicato a quei muri carichi di quadri, a quella planimetria catastale irregolare e a tutti gli oggetti nella loro disposizione disordinata, che la abiteranno ancora per poco prima di essere sbarazzati, venduti per due spiccioli a un mercatino dell’usato o buttati in una discarica.

Il Leterno riposo dona, o signore, alla vista sbalorditiva che per anni ci ha regalato la loggia sempre fiorita, al sole in cucina che ci ha fatto sudare; a tutte le nostre vigilie di Natale, ai sapori, ai suoni, agli odori e alle percezioni della pelle (tutta) che hanno fatto da sfondo alle nostre abitudini famigliari.

Il Leterno riposo dona a quello che siamo stati e a quello che siamo diventati lì dentro.

E quindi, sconosciuti nonni dalle voci mai sentite, ora tocca a voi.

Io non ho posto per questa roba, è materia svuotata da consegnare ai morti e da riempire di leterno riposo.

Prendetevela voi, questa casa.

Prendetevi i muri, la luce, la vista, le pentole, i bicchieri, i libri, le pitture, gli abiti, le foto, il disordine e il letto verde in ferro battuto, dove i vostri figli ci hanno concepiti.

Prendetevi tutto, anche lo scazzo, la stanchezza e il disastro emotivo che stiamo provando noi quattro, ognuno a modo suo, ognuno per i fatti propri.

Prendetevi quello che non so dove mettere e lasciatemi solo il ricordo di una bella canzone prima di fare la nanna e una preghiera troppo difficile per la bocca di una bambina.

Che riposino impace insieme a voi, e così sia.





domenica 25 gennaio 2026

Bingo!

 https://lasedia2punto0.blogspot.com/2024/05/little-boy-i-wanna-marry-you.html?m=1


In questo post di marzo 2024 avevo parlato di un futuro lunedì 19 gennaio 2026: i nostri 10 anni da quando ci hanno beccato (i 10 anni di luce) e avremmo dovuto celebrarli con un matrimonio.

Lunedì 19 gennaio 2026 invece siamo andati al Bingo per la prima volta.

Niente nastro tra i capelli, niente Palazzo Imperiale, anche se la macchina l’abbiamo ugualmente posteggiata nel parcheggio di Piazza Dante.

Niente Gaiotti e niente Marcobella che testimoniassero un Sì.

La sveglia che a marzo 2024 avevo impostato alle 18:00 del 19 gennaio 2026 non ha suonato e, se avesse suonato, non ero sul treno.

Solo un lunedì sera come tanti:

una visita veloce al mio neonato pronipote Leandro venuto al mondo il giorno prima (❤️), poi un negroni e un margarita nei vicoli, e poi la suprema decadenza del bingo.

Il fumo, la voce che chiama i numeri troppo in fretta, la gente concentrata che non chiacchiera e non ride, e noi che invece si ride come due scemi.

Come due che 10 anni fa sono nati nel modo più sbagliato in cui può nascere una coppia e che non hanno ancora imparato a stare composti nella vita a due.

Non ci siamo sposati perché il tempo ci sta correndo troppo addosso e le piccole grane ci consumano, perché non sapremmo come organizzare due case e un figlio ciascuno e forse anche perché al momento non serve.

Perché dopo dieci anni iniziati da amanti scoperti, dopo le vergogne metabolizzate e le nostre vite tenute insieme con lo sputo, l’amore e l’ironia, l’unica cerimonia possibile adesso era sedersi lì, a un grande tavolo rotondo di un bingo mezzo vuoto, perdere tutte le partite giocate, farci l’improbabile selfie, e infine tornare a casa con cinquanta euro in meno e identici a prima.

Io avevo paura di non arrivarci viva.

Ci sono arrivata.

Ma non mi sono ri-sposata.

In questi giorni di gennaio 2026 è uscita una canzone che si intitola Gennaio 2016.

Un tiro mancino del destino come regalo per i nostri 10 anni.

Forse vincere è esattamente questo: far finta che ci abbiano dedicato una canzone ed esserci ancora, senza bisogno di promettere niente, in un lunedì 19 gennaio 2026 dove non si manifestano neanche gli spacciatori di popper,

ma noi sì. 

Bingo.


Tiromancino, Gennaio 2016





domenica 18 gennaio 2026

Spaco botilia



 Hai mai buttato la spazzatura in un momento di rabbia?

Io credo di averlo fatto spesso ma solo ieri mi sono accorta di quanto sia terapeutico per quei pochi secondi in cui lo fai.

Naturalmente la terapia vale solo se fai la differenziata.

Io non sono una cittadina modello: differenzio solo plastica e vetro. Tutto il resto finisce in un unico sacchetto e porta lo stesso generico nome: rumenta.

Plastica, vetro e rumenta.

Ieri pomeriggio, come ormai spesso succede, ero in preda a crisi varie, film mentali, preoccupazioni e rabbia che non si può veicolare verso qualcuno, perché non c’è in effetti nessuno da accusare.

Quel genere di rabbia che non può fare rumore se non dentro di me.

E ieri pomeriggio ho appunto buttato la plastica, il vetro e la rumenta.

Avevo una ventina di bottiglie che ho iniziato a cacciare nel buco della campana verde con tutta la forza che avevo.

Sentivo andare in frantumi le bottiglie vuote di vino, prosecco, superalcolici e quelle delle passate di pomodoro.

C’ero solo io che lanciavo una bottiglia dopo l’altra, contandole ad alta voce, e c’erano le fredde note extra dry e acute del vetro che si spacca.

Musica e voce, dio che meravigliosa liturgia liberatoria.


In quel momento ho pensato che tutto sommato l’AMIU (salve Bruno!) fa bene a chiedermi quasi 500 euro all’anno di Tari.

Son soldi ben spesi.

- Ma se stai così perché non ti fai vedere da uno bravo?

- Oh, non ne ho bisogno, pago già un botto di Tari che comprende la terapia della rabbia mentre faccio il vetro.


Poi però la rabbia è tornata.

Ma il vetro era finito.

E alla rabbia, quando non ha più bottiglie vuote da far suonare, resta solo una voce di merda che sbaglia sempre bersaglio.




venerdì 5 dicembre 2025

La tragedienne del giovedì sera

 Avevo voglia di dire qualcosa, tipo che il mondo come sta diventando inizia a farmi veramente tanto schifo.

Solo che mentre iniziavo a scrivere stavo seduta su una panchina di fronte al solito mostro: il 189 che mi deve riportare a casa dopo circa 12 ore di sorrisi d’ordinanza e gentilezza forzata.

Ma lui, il 189, non parte mai.

La mattina nasco già stanca e dolorante qua e là, ma forse il vero problema non è la stanchezza o il dolore: è la tachicardia mentale.

Quella che si vede benissimo, incisa in una ruga verticale ormai permanente subito sopra il naso, che mi sfigura anche quando sorrido. E poi, sopra quella ruga, si appoggiano occhiali appannati, pieni di graffi e delle mie impronte digitali, che non mi fanno vedere bene quello che scrivo.

Ho pensieri che entrano chiassosi come bambini capricciosi, rubando prepotentemente la mia attenzione, tutti con la loro urgenza, tutti con la pretesa di essere considerati il pensiero più importante, e poi se ne vanno senza ripulire quel cesso della mia testa spettinata su cui hanno piantato le loro scorie.

E io resto lì, più vuota, più sporca, più accecata e più spettinata che mai, con un filo di trucco sbiadito e il rossetto mezzo scancellato, che rende ancora più indecorosa la mia inquietudine.

Avevo voglia di dire qualcosa di decente.

O quantomeno di abbastanza disturbante da sembrare interessante.

Non ste robe che suonano come un rospo tossito dal clochard incazzato di Principe.

Poi è passata anche quella voglia, come tutto il resto.

Ed è rimasto solo quel rospo - che oltretutto mi somiglia tantissimo con quella faccia da ‘andatevene affanculo tutti quanti’.



giovedì 13 novembre 2025

E&G

Ci sono momenti in cui i pesi enormi sono solo granelli di sabbia: minuscoli, ridicoli, innocui, così leggeri che in passato avrei potuto soffiare via senza neppure la fatica di un respiro.

Ci sono periodi come questo, in cui quei granelli diventano un deserto intero che mi ingloba, mi entra negli occhi, mi violenta la gola, mi invade i polmoni già pieni di West rosse, fino a schiacciarmi da fuori e da dentro.


E mentre affogo in questa sabbia microscopica, mi vergogno.

Perché so che intorno a me c’è chi non lotta contro granelli, ma contro macigni veri, quelli che se ti cadono addosso non hai neanche il tempo di chiederti perché e ti rompono le ossa.

E io qui, asfaltata dal nulla e con un metatarso rotto senza un valido motivo.

Se provo a restare in piedi e a respirare è solo per voi due, E&G.

E forse anche un po’ per un senso di decenza verso chi, i macigni, li porta addosso davvero, e nonostante tutto continua a camminare, senza il lusso di crollare come faccio io, dietro l’ombra dei miei granelli.


domenica 2 novembre 2025

L’alchimista del cesso

 Fase 1 – La pozione (pre-shampoo)

Obiettivo: risvegliare i ricci, nutrirli e ammorbidirli.

Ingredienti a disposizione nel mobile del bagno:

- 2 cucchiai di Garnier Fructis Hair Food Burro di Cacao rigenera ricci;

- 1 cucchiaio di Schwarzkopf Gliss Ultra Repair Bond Building Mask, riparatore strutturale, che mi tappa le crepe del capello incazzato;

- 10 gocce di Vitalcare Imperial Argan Oil che sigilla, idrata e dà quella lucentezza finale da ho dormito otto ore e bevuto due litri d’acqua, anche se non è vero.

- dalla cucina: 1 cucchiaio di miele che lucida e mi addolcisce un po’ anche l’autostima.


Rituale

In una ciotola, mescolo tutto con un cucchiaio (di legno, perche voglio sentirmi una strega medievale autentica).

Applico su capelli asciutti ciocca per ciocca.

Pettino dolorosamente con pettine a denti larghi e con l’autorevolezza di un domatore di leoni.

Devono essere “imburrati” anche se alla fine sembrano più “impanati” e pronti per essere fritti.

Copro con la cuffia della nonna anche se non ho mai avuto una nonna e quindi nemmeno una cuffia. Copro con la pellicola da cucina.

Lascio agire 60 minuti, più o meno il tempo in cui scrivo, correggo e pubblico ‘sto post e mi fumo una sigaretta.


Fase 2 – La purificazione (shampoo)

Obiettivo: lavare i capelli.


Ingredienti a disposizione nel mobile del bagno:

Uno Shampo, che è sempre diverso ogni mese perché mi piace sperimentare. 

Attualmente ho Organic Innovation - Ricci, con olio di cocco e olio di bambù.


Rituale

Sciacquo via l’impanatura, massaggio lo shampoo dolcemente, concentrandomi sul cuoio capelluto, non sulle lunghezze.

Sciacquo bene, liberandomi anche dal malumore accumulato in settimana.

Ripeto l’operazione anche sulle lunghezze e risciacquo.


Fase 3 – L’illuminazione (post-shampoo)

Obiettivo: Chiudere la cuticola per far brillare la chioma come un led.


Ingrediente a disposizione nel mobile del bagno:

Balea Glow&Shine Laminier Kur (DM, che non si capisce mai un cazzo di cosa c’è scritto nell’etichetta in tedesco ma costa poco).


Rituale

Tampono i capelli (devono essere umidi, non fradici).

Applico una noce di prodotto su lunghezze e punte.

La noce non basta, quindi diventa una mela.

Lascio agire 5–10 minuti, il tempo di riflettere sul senso della mia vita e concludere che ci penserò un altro giorno.

Sciacquo con acqua tiepida e, per sigillare il tutto, finisco con un getto di acqua fredda per chiudere le cuticole e sperare di dire addio al crespo.


Fase 4 – L’ascensione (asciugatura)

Applico sulle lunghezze la crema ricci, l’unica per me veramente valida: Adornricci senza capricci.

Eseguo ciocca per ciocca un accurato scrunch, mentre penso che la dignità dovrebbe almeno impedirci di usare questi termini del cazzo al posto di “mi strizzo i ricci con le dita”.

Se possibile, lascio asciugare al naturale, con buona pace della mia cervicale; in alternativa diffusore tiepido.

Quando sono quasi asciutti, aggiungo una goccia di olio di Argan solo sulle punte, così, come benedizione finale, o un’estrema unzione.


Fase 5 - La rivelazione (risultato sperato)

Morbidezza, lucentezza, docilità, con quella chioma a specchio che riflette la luce da pubblicità anni ’90, ma con l’anima decadente che mi piace tanto.


Fase 5 bis - La rassegnazione (risultato effettivo)

Il solito: tipo paglia del presepe.

Ma tant’è, sono un’alchimista del cesso, e non posso sottrarmi a questo destino.


È giunta l’ora della Fase 2.

Ciao.




PS: mi sembra piuttosto superfluo specificare che non ho preso sacchi dai sopracitati brand per questo post, data l’assenza di un pubblico.

Ma a scanso di equivoci, avviso l’Agenzia delle Entrate che se gli stessi me ne avessero dati, sarei stata ben lieta di pagarci le tasse.