Hai presente la speranza che una Generazione X potesse fare la sua porca figura, anche nel suo piccolo?
Magari non dico fare la storia con la S maiuscola, eh? Che della storia, forse, noi siamo solo una nota a piè di pagina.
Ma quantomeno lasciare a quelli che vengono dopo, due sacchettate di quel privilegio di cui abbiamo abbastanza goduto, grazie a chi ci ha preceduti.
Mio figlio dice sempre che noi della Generazione X siamo stati i più fortunati del secolo scorso e di quelle fino ad oggi.
Ok, è vero.
Siamo stati una generazione discretamente paraculata.
Già il nome Generazione X la dice lunga.
X è l’incognita.
Quando dici “la cosa X” stai parlando di qualcosa che nemmeno ti interessa identificare troppo bene. Una roba generica. Un boh.
E in effetti un po’ così siamo.
Non abbastanza grandi per aver fatto la guerra o la fame.
Non abbastanza rivoluzionari da cambiare un mondo che non ha mai smesso di bruciare.
Però siamo stati i bambini dell’era analogica e siamo gli adulti dell’era digitale.
Gli ultimi a telefonare da una cabina col gettone.
I primi a mandare una email.
Gli ultimi a perdersi davvero.
I primi a usare un navigatore.
Abbiamo iniziato noi ad andare in giro per strada con la musica nelle orecchie.
Siamo stati quelli che d’estate potevano prendere il sole con la Lancaster e lo specchio e che in inverno saltavano un paio di giorni di scuola perché a Genova veniva ancora giù la neve.
Abbiamo visto cambiare il mondo a una velocità che probabilmente nessun’altra generazione ha mai sperimentato prima.
Siamo stati una specie di corridoio.
Una roba di mezzo.
I “né carne né pesce”.
Una X.
Poi, per fortuna, arriva la matematica a svelare la meraviglia.
Perché in matematica la X non è una cosa generica a cazzo.
È esattamente il contrario.
È la cosa che stai cercando, quella che non conosci.
Quella che devi trovare sbattendo la testa contro un affollamento incomprensibile di numeri e lettere separati dal segno uguale, calcoli i dati, osservi risultati e torni al punto di partenza un sacco di volte.
Il negativo si fa positivo e il positivo si fa negativo, finché non hai eliminato il superfluo riducendo il tutto all’essenziale e, se hai abbastanza confidenza coi numeri e con la logica (io no), arrivi a un risultato.
X = Qualcosa.
X ha un suo valore.
E allora mi è venuto da pensare che forse il valore della Generazione X non sta in quello che ha fatto per sé stessa.
Perché, in effetti, non è che abbiamo fatto granché per noi stessi. Basta guardarci.
Forse il valore di X sta nell’aver avuto la possibilità di consegnare un testimone un po’ meno martoriato di come lo abbiamo ricevuto.
E di consegnarlo a figli migliori di noi.
O anche solo un pochino meno stupidi, che già sarebbe un risultato straordinario.
Siamo quelli che dovrebbero insegnare ai figli cose per le quali i loro nonni e bisnonni hanno lottato.
E altre che era necessario iniziare ad approfondire.
L’educazione emotiva.
Il rispetto del pensiero altrui.
La salute mentale e sociale.
Gli strumenti per perseguirle entrambe.
La bellezza delle differenze.
L’idea che un uomo possa piangere.
L’idea che una donna possa scegliere.
Cose che non sempre vengono affrontate nel migliore dei modi, non sempre abbastanza.
Ma molto più di prima.
È sempre stata questa la mia illusione.
È questo il valore che vorrei dare alla nostra X.
Solo che la matematica non concede distrazioni.
Basta sbagliare un passaggio, anche piccolo, e il valore della X cambia, vanificando la correttezza dell’equazione.
Per come vedo che stanno andando le cose, temo che di passaggi ne stiamo sbagliando tantissimi.
E allora mi viene il dubbio che non solo non stiamo consegnando il testimone più in buon stato.
Mi sa che lo stiamo rimandando indietro.
Mi sa che la nostra X stia andando nella direzione opposta e che stia assumendo sembianze e valori sempre più inquietanti.
Ma io di matematica non ho mai capito un cazzo.
E a questo punto spero solo che i nostri figli siano abbastanza bravi da saper rifare tutti i conti.
