Sto seduta così da sempre.
Dal banco dell’asilo alla sedia dell’ufficio, passando per tavoli, divani, panche e momenti di relax un po’ storti.
Un piede sotto il culo, la scarpa e la suola contro il pantalone e la sedia.
E quella macchia che resta sui tessuti, sempre.
Vien da ridere se pensi che posso aver pestato una merda, prima di accomodarmi.
Non ho mai controllato e mi è sempre andata di culo.
Non è una postura elegante.
Non è corretta.
Non è pulita.
Ma è il modo più naturale che ho trovato per stare al mondo senza sentirmi troppo esposta.
Per tenermi insieme, raccolta e piegata su me stessa mentre tutto il resto impone espansione, compostezza ed educazione.
Ogni tanto qualcuno mi riprende.
La Giusy per esempio, lei lo fa sempre.
Si incazza, con quel modo amoroso e sgrœso da fratella maggiore.
Ma ora lei purtroppo non è qui e il mio piede sotto il culo, in quell'ufficio, d'ora in poi resterà impunito.
Come resto impunità io.
Che scappo, non le scrivo, non la vado a trovare.
Spero che lasci questa sofferenza presto, che si liberi, che finisca. Aspetto che diventi il mito assoluto asceso a miglior vita.
Come è successo con la Simo.
Parlo e scherzo sulla morte come se fosse un evento mondano, e quando qualcuno vicino a me si affaccia alla morte, sguscio via come il bacarozzo nel pavimento del mio cesso.
Perdonami Giusy, perdonami se non sono capace di sostenere il pensiero di te.
È che sei troppo, adesso. Sei troppo immensa per me, come troppo immensi sono quelli che affrontano la sofferenza e la guardano in faccia.
Io al massimo riesco a stare seduta con un piede sotto il culo, per nascondermi.
…
E insomma, dicevo, dopo più di cinquant’anni seduta così, ho capito che forse il punto non è smettere di sporcare sedie e pantaloni.
È smettere di pensare che sia sempre necessario stare al mondo come si deve.
Ché tanto il mondo gira lo stesso e riesce sempre a sporcarci in altri modi.

