giovedì 24 settembre 2026

FRAN!

 A un certo punto qualcosa crolla.

Qualcosa che fino a pochissimo tempo prima ero convinta che fosse concepita dall’universo per restare dove è sempre stata, in tutta la sua eterna stabilità e bellezza.

Mi viene in mente quel monologo potentissimo di Max Tooney sul chiodo e il quadro ne La leggenda del pianista sull’oceano.

Un quadro e un chiodo raccontati come se avessero una vita propria, attraversando crepe, vibrazioni, umidità, tempo.

Finché un giorno, magari stabilito con un reciproco accordo, fanno FRAN!

Ecco, qualcosa di intimamente e infinitamente confortante intorno a me ha fatto FRAN.

E non capisco se sia iniziato tutto con qualche crepa che non avevo notato, se si sia indebolito insieme alle ossa di nostra madre, se ci sia stata una vibrazione più forte, magari un vaffanculo di troppo o uno di meno, un’attenzione mancata, non lo so.

Oppure si è semplicemente trattato di un fisiologico cedimento improvviso.

FRAN!

Non c’è bisogno che qualcuno dia una martellata perché una cosa crolli.

A volte il mondo continua semplicemente a fare il mondo, il tempo continua a fare il tempo, e a un certo punto: FRAN!

Il punto è che quella cosa che tiene tutto, non la guardo ogni mattina chiedendomi: quanto manca al crollo?

La do per scontata, perché il suo lavoro è stare lì da quando sono nata fino a quando morirò, e deve stare lì senza mai cambiare aspetto, posizione e composizione.

Penso che le cose che tengono tutto insieme non siano un affare mio.

I chiodi, le tensioni, gli equilibri. Manco le leggi fisiche che regolano tutto questo sono un affare mio.

Un po’ come il sole che sorge e tramonta, la pioggia che cade, il sangue che scorre, il pavimento che regge. Mica son cazzi miei.

Quella cosa, comunque vada, non crolla.

Poi una mattina scopro che FRAN!.

E forse la parte più bastarda del crollo non è nemmeno il FRAN.

Il rumore dura un secondo.

È quello che viene dopo che mi spacca i coglioni e l’anima.

E allora comincio a guardare indietro.

È una delle crudeltà del cervello: dopo il crollo diventa un ingegnere e inizia a fare calcoli.

Quella volta c’era già qualcosa.

Quella frase, forse, era una crepa.

Quel silenzio.

Quella disconnessione.

Quell’episodio che avevo liquidato come stanchezza.

Quella sensazione di disattenzione quando ho iniziato a dire “Guardate che non ce la faccio più.”

E quella distanza che avevo deciso di tenere dopo.

Perché io ho sempre un bisogno quasi osceno di una causa.

Se ne trovo almeno una, penso di poter dare un ordine ai pezzi che restano dopo il crollo, sparsi tra quei cestini che ci siamo portati dietro dalla nascita.

Penso di poterli scopare via, i pezzi. E rimettere tutto a come era prima.

Ma poi scopro una consapevolezza molto più difficile da sopportare del rancore. 

Scopro che non sono più soltanto quella che si è trovata sotto il crollo.

Sono anche quella che ha messo peso dove già ce n’era troppo.

La responsabilità è una bestia bella zozza.

Dice che anch’io ho ignorato qualche rumore.

Dice che anch’io ho chiesto di reggere quando avrei potuto alleggerire.

È questo che mi ha rotta dentro.

Si pretende, si tace, si accumula, si risponde male, si scappa, si torna, si ama male, si piange per nulla.

Si dice non ce la faccio più, come il mantra di un disco rigato che fa tornare indietro la puntina sulla stessa patetica frase, ancora, e ancora, e ancora.

Qualcosa di importante intorno a me ha fatto FRAN! e penso:

Cristo. Questo l’ho fatto io.






The Crisis, E. Morricone

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