Ma nel momento in cui vi sto sul cazzo, io sono quella che è andata a fare una trasferta di lavoro per incontrare dei clienti indossando uno stivale diverso dall’altro, e il fatto di per sé mi rende una povera inadeguata che non ce la farà mai.
mercoledì 18 gennaio 2023
D’altronde
domenica 13 novembre 2022
In Fabric
Sto guardando un film di merda mangiando caldarroste con un bicchiere di Montepulciano d’Abruzzo da 2 euro e qualcosa e il pensiero rivolto alla lavastoviglie rotta. Sono due giorni che ci butto acqua bollente e aceto, levo l’acqua che non scende con una tazza e tento di fare programmi a vuoto. Poi di nuovo acqua bollente e di nuovo tazza e di nuovo programmi e la cucina che puzza di aceto, come un loop. Lo faccio come se facessi un bls per rianimare un cristiano, ma niente, il cristiano non respira. Cazzi miei che sono anni che non ci metto il sale e non mi prendo cura di lei, eppure lo so che la prevenzione salva una vita, ma io non ho mai tempo di prevenire le malattie di un organismo, costa troppa intelligenza, e io ne ho poca. Ma la domanda più importante è: perché continuo a guardare ‘sto gothic horror di merda, col pensiero rivolto a una lavastoviglie di merda, bevendo un vino di merda, in questa solitaria domenica pomeriggio di merda. Sì, Punto, non punto interrogativo. Perché non è una domanda, è un dato di fatto chiedersi il perché di qualcosa, sapendo la risposta. La punteggiatura è importante e va usata correttamente. Degli a capi me ne fotto, fanno perdere tempo, l’invio è una frazione di tempo che rischia di farti riflettere. Ma va tutto bene. Va tutto bene 🌈.
L’ultima volta che un elettrodomentisco mi si è rotto, sei morta tu.
Domani chiamo il tecnico Madonìa. E giù soldi, e giù scazzi. Diobono.
venerdì 28 ottobre 2022
La rottura della cuffia dei rotatori
Una cosa è certa: io non porto il mondo sulle spalle, quindi non capisco cosa sia tutto questo peso che mi schiaccia.
Mi illudo che sia il mondo, per dare un senso al mio disagio. Ma in realtà è il mondo che sorregge me.
Chissà se anche il mondo caga il cazzo all’universo per tutto il peso universale che si illude di portare, quando invece è l’universo a portare in groppa il mondo.
E chissà se l’universo fa la stessa cosa con Dio.
Chissà se Dio ha le spalle.
sabato 27 agosto 2022
Per il resto tutto bene, dai.
Certo, ho alcuni pensieri che mi sa dovrò riordinare in qualche modo, perché come diceva Cheyenne, qualcosa mi ha disturbato, non so bene cosa, ma mi ha disturbato, ma rimanderò questo lavoro a un’altra notte.
Ciò che volevo dire adesso, invece, è che per scrivere questo ho dovuto modificare le impostazioni dell’accessibilità del telefono.
Aumento del font.
Mi ricordo che quando vedevo qualcuno che usava la visualizzazione con i caratteri cubitali nel telefono, scoppiavo a ridere e inveivo con un ‘belin ma non vedi proprio un cazzo!’
‘Sta bastarda decerebrata che sono.
Immagina che fastidio doveva provare il qualcuno.
Insomma, non sembra e non me lo sarei mai aspettato, ma la verità è che sto invecchiando davvero anche io, se no stasera non modificavo la grandezza dei caratteri.
Chissà in quale momento il mio diavolo ha deciso di tradire il patto che ho fatto con lui.
Perché in fondo, se scendi a un patto con il diavolo, non puoi aspettarti che lo mantenga.
Capisci, è il diavolo, mica l’ultimo degli stronzi.
Ti piomba lentamente addosso la vecchiaia, credo che il processo inizi da un giorno all’altro, magari nel passaggio dalla notte al domani, quando dormi e non te ne accorgi. Succede così, senza preavviso.
E nell’arco di un tempo nemmeno troppo lungo, una mattina ti svegli e ti trovi vecchio, un vecchio senza anima.
Perché se sei sceso a patti col diavolo, il giorno che lui decide di infrangerli - e quel giorno fidati che arriverà - col cazzo che te la restituisce.
venerdì 19 agosto 2022
Il vaso
Tu prendi ad esempio un vaso che cade e si spacca in due.
Oltre alla rottura del vaso, c’è la rottura di coglioni di doverlo aggiustare.
Allora se non lo hai, compri un tubetto di colla, la stendi, fai una forte pressione sui due pezzi da riunire - ché se avessero il dono della sensibilità proverebbero senz’altro fastidio - soffi un po’ sopra alla loro bua e lasci che le molecole si stabilizzino.
Aggiustare, premere, forzare due elementi che un momento prima erano un tutt’uno e un momento dopo sono diventati due estranei, causa sempre un certo disturbo.
Con un po’ di tempo e una dose di fatica il vaso è ricomposto.
Mette in mostra la sua bella crepa a ricordarci che ha subìto un danno, non sarà mai più il vaso di prima, sarà sicuramente più fragile, difettoso, ma c’è qualcosa di meraviglioso nel vedere come l’incastro tra i due elementi è stato perfetto fin da subito, prima ancora di aver incollato, premuto e forzato.
Taaaac.
È subito bacio non appena vengono accostati.
Come se si ricordassero chi erano l’uno per l’altro prima della rovinosa caduta.
Tutti e due i perimetri generati dalla rottura rispettano gli incastri come un puzzle.
Dove in un pezzo una parte tagliente aggetta, l’altro pezzo ha lo spazio esatto per accogliere romanticamente e dolorosamente lei e nessun altro che lei.
Diverso è invece il destino del vaso che non viene subito aggiustato. Subito dopo il “trauma”, i suoi pezzi non sono sottoposti allo stress della colla, della pressione, della forzatura. Se ne stanno a riposo, senza fastidio, senza anguscia. Vengono lasciati vivere nella quiete, magari uno accanto all’altro.
Il tempo sgretola e leviga i contorni della spaccatura che si fanno più morbidi, meno taglienti, più docili.
È bellissimo perché puoi toccarli e non farti male.
Ma dopo un po’ di tempo, ti conviene non ricordati mai, un giorno, di avere un vaso che avresti dovuto aggiustare.
Se provassi ad accostare quei due elementi ingentiliti dal tempo, scopriresti che non esiste più bacio, non esiste più incastro, perché le due spaccature da ricongiungere hanno preso forme che non sono più compatibili tra di loro.
Impercettibili differenze che rendono impossibile una nuova unione.
E sapresti che di quei due pezzi di vaso rotto che hanno cambiato forma, ognuno per i cazzi suoi, non te ne fai più nulla.
A volte si tratta di scegliere tra la pena e la quiete.
In linea generale è cosa molto saggia la ricerca della quiete.
Ma in certi casi, quanta pena può causare il quieto vivere?
Comunque io in casa non tengo vasi, rompo solo bicchieri da vino che non si possono ricomporre, quindi il problema manco sussiste.
Era così, per scrivere qualcosa.
You used to say live and let live
(You know you did, you know you did, you know you did)
But if this ever changin' world
In which we're livin'
Makes you give in and cry
Say live and let die.
venerdì 8 luglio 2022
Piccole cose strane di oggi
L’indifferenza più che la sofferenza.
Fumare in camera sul letto fottendomene del tabù di fumare in camera sul letto, mentre scrivo ‘ste tre stronzate.
lunedì 27 giugno 2022
Sunset Therapy
Lo sapevi che nella vita non è mai troppo tardi
e non si è mai troppo tristi per imparare
a scegliere (e insegnarlo poi ai tuoi figli)
quale tramonto ammirare?
smettila di rompere
il cazzo al prossimo
E goditi il tramonto giusto.
Campagna di sensibilizzazione per la cura e la prevenzione dell’autocommiserazione.
giovedì 16 giugno 2022
🗯💭💬
Ero qui sul divano presa dai miei soliti mille o duemila pensieri ordinati come quello schifo della mia scrivania (i problemi di condominio, qualche insofferenza generale, l’axillo gioioso e l’invexendo fastidioso del viaggio a Ibiza fra 4 giorni, i 50 anni fra 6 giorni, l’indecisione se mettermi o no lo smalto nelle unghie, la dichiarazione dei redditi, la morte, la voglia di mangiare qualcosa ma non so che cosa, la vita accelerata di Edo, l’esame di terza di Ale, il lavoro che boh, il Cazzoneso e robe così) (devo anche innaffiare le piante) e insomma ero qui svaccata in compagnia dei miei fumetti sulla testa quando mi parte improvvisamente dal nulla una visione che non c’entra un cazzo e buca rapidamente tutto il resto.
È l’immagine così nitida, seppure molto lontana, di un maggiolone azzurro metallizzato che verso la fine degli anni 90 sale borbottando su per Aggio, prima di arrivare a Creto. Dentro c’è una giovane coppia che ancora non conosce il bimbo che un giorno verrà, e torma con pacifica felicità in una casetta mansardata situata in via In culo ai lupi, in mezzo al buio delle alture, con una videocassetta appena noleggiata giù in città da Videociack. È un tragitto tutto a curve così piacevole e confortante che somiglia di più all’inizio di una vacanza che a un rientro serale dal lavoro.
Nei mille o forse duemila pensieri che si azzuffavano con me sul divano, ne avevo apparentemente rimosso solo uno, e si è prepotentemente palesato sotto forma di maggiolone azzurro che sale su per Aggio, prima di arrivare a Creto, con dentro due tizi pacifici e una videocassetta.
Domani firmo il divorzio e per la prima volta in 7 anni mi viene da piangere.
Ma non è un pianto di pentimento o di ripensamento.
Non è un rimorso o un senso di fallimento.
Non è neanche di sollievo o di liberazione.
È un pianto dolce come piace a me.
Un pianto di gratitudine per ciò che ci siamo dati, per il figlio che ci siamo regalati e per quella pace che ci siamo guadagnati.
1996-2022
Ryuiki Sakamoto, Rain (I want a divorce), 1996
giovedì 9 giugno 2022
😶🤢🤮
Con l’imminente avvento della nuova compagine societaria e della nuova dirigenza che affiancherà la vecchia, non credo che potrò durare ancora per molto, lì dentro.
L’incompatibilità con certi schemi di merda che ho conosciuto molto bene anni fa, e che pensavo di essermi lasciata alle spalle, si fa pressante, angosciante, nauseante, urticante.
Non ho più l’età, non ho più la docilità, non ho più la bontà, non ho più la viltà.
Non ho più il buonsenso, non ho più il buon gusto.
Non ho più la vergogna, non ho più la menzogna.
Non ho più la pazienza, non ho più l’accondiscendenza, non ho più la riverenza, non ho più l’obbedienza.
Mi prende il panico, mi prende il vomito, “the panic, the vomit, the panic, the vomit, God loves his children” e io sono una romantica monoteista che obbedisce, venera e bestemmia un solo dio, non voglio essere il bimbo amato da un manipolo di nuovi Dei che non mi servono a un cazzo, incapaci persino di quadrare il bilancio emotivo nell’ambito delle loro stesse divine vite.
Urgerebbe quindi che mi cercassi in fretta una finestra dalla quale scappare, prima che con un paio di colpi mi facciano fuori loro.
Bang, bang.
Paranoid Android, R.
domenica 20 marzo 2022
M’annoia
Essere quello che siamo stati deve averci fatto soffrire molto per diventare quello che siamo diventati.
Come si cambia per non soffrire, come si cambia per poi non sentire.
mercoledì 5 gennaio 2022
lunedì 22 novembre 2021
Giorni senza senso
Tanti anni fa sono stata a Verona in visita ad un istituito di riabilitazione per bambini cerebrolesi.
Avevo 20 anni e ci aveva spediti lì la Conny per fare due giornate di corso sul metodo Doman (tecniche di stimolazione dei 5 sensi per la rieducazione di cellule cerebrali in sostituzione a quelle danneggiate) in modo che fossimo un minimo informati prima di mettere le nostre mani addosso a Paola.
Lì a Verona, e successivamente con la lettura del libro Il Cervello Incompiuto, ho imparato tante cose interessanti, di cui in gran parte oggi non ricordo una bella mazza.
Mi ricordo però che ci chiesero quale fosse, secondo noi, il senso senza il quale è quasi impossibile vivere. Senza la vista o senza l’udito vivi, di merda, ma vivi. Sorprendentemente scoprii che è il tatto, perché è il senso che ci dona la consapevolezza del nostro corpo. Il sentire che il corpo ci appartiene, tramite il tatto, permette al cervello di fare arrivare i suoi commandi in ogni sua parte, senza questo sentire sarebbe impossibile anche muoverlo.
Da allora sono diventata una fanatica del tatto, io amo toccare, accarezzare, studiare al buio anche solo una piccola porzione di questo meraviglioso organo che è la pelle usando la mia pelle, in modo che possa imparare a riconoscerne ogni suo particolare, seguirne i perimetri e calcolarne l’area con una logica matematica che solo i miei polpastrelli e i miei palmi conoscono, mentre immagino quale sensazione può provare il destinatario dei miei studi tattili.
Oppure mi diverto a sperimentare la disobbedienza di un mio arto ‘addormentato’, che in quel momento non si sottomette al controllo del mio cervello e trasgredisce qualsiasi comando di sensazione o movimento.
La cosa certa comunque è che nessuno, alla domanda “qual è il senso senza il quale è impossibile vivere” penserebbe al gusto e all’olfatto, perché dai, in fondo sono considerati un po’ gli optional migliorativi che madre natura ci ha donato, gli accessori preposti ad ottimizzare le caratteristiche funzionali e tecniche del veicolo che siamo, per renderci la vita un po’ più comfortable, come il climatizzatore diviso per zone o i sedili riscaldati.
È ovvio, naturale e giusto che di fronte a un deficit della vista o dell’udito o del tatto si parli di enormi drammi e vite compromesse, e su questo non discuto. Ben più occulto e sottovalutato sarebbe un dramma funzionale e psicologico provocato da un deficit permanente degli altri due sensi e forse per questo nessuno ha mai pensato di immaginare la propria vita senza.
Ma oggi io mi trovo chiusa in casa a sussarmi sto maledetto Covid che finalmente è riuscito a fottermi, e sto pensando che il primo vero ricordo della mia vita, e giuro che non sto scherzando, è legato al senso meno cagato nella scaletta dell’importanza vitale, ovvero il gusto, quello che adesso ho perso insieme al secondo senso meno cagato, l’olfatto.
Il mio ricordo mi parla di un biberon colmo di latte, la cui tettarella ha un buco enorme dal quale passano generosamente tocchi di gustosissimi biscotti maciullati, probabilmente simil plasmon. Il mio ricordo è questa sensazionale sensazione di conforto, godimento infantile e bontà che inonda la mia bocca e mi porta sull’orlo della commozione (ma c’è anche la sensazione tattile della tiepida poltiglia morbida e vellutata sulla lingua che esalta maggiormente l’estasi di sapore dolce).
Mia madre dice che quando ero più grandicella allargava i buchi del biberon con un ferro da calza o con delle forbici in modo che passasse tutto più velocemente, ‘per far prima’ e non fare tardi all’asilo, quindi suppongo che non avessi meno di tre anni.
Non avevo mai pensato che questo fosse il mio primo ricordo fino ad adesso.
Sono giorni che non sento più sapori e non sento più odori, non so per quanto durerà questa storia, ma mi mancano tantissimo.
Sono quelle cose che, appartenendomi da 49 anni, dò per scontate, è tutto così naturale e dovuto che io debba godere di ciò che metto in bocca. Non è scontato che io possa per tutta la vita sentire, vedere o camminare, ma lo è che io possa gustare e odorare.
È scontato sentire tutta la gamma di sapori che esplodono in bocca e ad ogni masticata variano di tonalità e intensità, ed è scontato sentire i profumi o gli odori sgradevoli, perché è cosi da quando nasci, da quando ti ricordi di esistere. È così, è gusto e olfatto che ti accompagnano in ogni istante vissuto, anche il più insignificante.
È così quando annusi la tua pelle o quella della persona che abbracci, è così quando fai la doccia e senti il profumo del bagnoschiuma, quando cucini e metti la faccia sulla padella, è istintivo farlo no?, è così quando ti lavi i denti, quando sudi e sai vergognosamente di fare schifo, quando stai per bere un bicchiere di vino e prima di assaporarlo lo annusi, quando fai la cacca, è così quando dai un bacino sulla testa di tuo figlio e respiri tra i suoi capelli, quando metti il gel nelle mani e le porti subito al naso per sentire se sanno solo di alcool o se sanno anche di buono, quando ti metti una maglietta pulita, o quando dici no questa maglietta è da lavare.
È così quando fai l’amore, quando saluti un’amica per l’ultima volta, quando baci, quando sei al mare o in montagna, quando sei in chiesa o in ospedale, quando sei in un paese straniero o in un negozio di fiori, è così quando sei in pizzeria, è così quando sei felice se lui ti dice che una di queste sere ti porta a mangiare il pesce, è così quando entri in casa della mamma, è così quando ti commuovi per una pasta, è così e basta.
Io non sento più nulla da giorni, e al di là del disagio della febbre, della tosse persistente, dello stare in isolamento, delle mancanze, degli scrolli mentali, al di là del divano che è diventato un tutt’uno con la mia schiena e il mio culo, questa cosa che non sento un cazzo è qualcosa che mi turba, mi fa sentire tristissima, piatta, frigida, derubata, come se al mondo mancassero i colori, al cielo le stelle, alla musica il suono e ai corpi le anime.
Come se fossi un manichino immobile in un mondo finto tutto fatto di plastica.
Sono giorni senza sensi, they wear me out e mi manca persino l’odore della mia merda.
Fake Plastic Trees
martedì 16 novembre 2021
lunedì 8 novembre 2021
Prendimi a pattoni
Ti penso spesso e mi chiedo se ci stai guardando.
Sento più che mai una nostalgia fortissima di persone come te, eppure ultimamente non è che fossimo così spesso in contatto e certe volte mi hai fatto venire dei nervosi che ti avrei preso a pattoni. Ma questo semplicemente perché avevamo visioni differenti su certi aspetti morali e sociali.
Tu eri troppo rigida, anche con te stessa.
Io più morbida, più indulgente, anche e soprattutto con me stessa.
Alla fine dicevi sempre che io rispetto a te ero dotata di una pacifica saggezza, ma a pensarci bene io lo definirei più un saggio paraculismo.
Il tuo terrore era predicare bene e razzolare male, e questo terrore ti ha impedito forse di abbandonarti in pieno alla meravigliosa persona che eri a prescindere, senza metterti continuamente sotto la macchina che impartisce i comandi di ciò che è giusto fare o dire.
Comunque sento la nostalgia di persone come te.
Sapevi di essere una grande ma ascoltavi noi piccoli e da noi riuscivi a trovare qualcosa da imparare, anche quando non c’era un cazzo, tu ci facevi sentire grandi.
Sapevi fare della morale a volte fastidiosa, ma bastava un niente perché avessi una visione illuminata anche di ciò che ti pareva buio.
Sapevi amare, e non ti sei mai fatta un vanto di tutto questo.
Eri bella, eri buona, eri divertente, eri cazzuta, eri una persona che i pattoni li tirava belli forti ma che li sapeva anche prendere, senza paura, senza vergogna, vestita di regale umiltà.
E quando ti volevi bene e allentavi leggermente la tua solida struttura, eri semplicemente pazzesca, un po’ naufraga e un po’ salvagente.
Mi manca la tua ridicola voce nasale, mi manca la tua risata, un tuo abbraccio.
Dove sei, adesso, Simo?
Sei dentro a questo groppo in gola?
Mi stai guardando?
Ma giura, è successo davvero quello che è successo?
Poetica.
“Dimmi come stai,
perché non parli?
Ora tienimi con te, la tua mano nel buio
guarisce la mia solitudine.”
martedì 2 novembre 2021
Bull-shit.
domenica 19 settembre 2021
Il gioco della sedia
Stasera seduta sul divano di un lussuoso appartamento pensavo alla crudeltà del gioco della sedia.
Ci sono tot persone e tot sedie.
Persone = Sedie -1
Si inizia a girare intorno alle sedie, mentre la musica suona, e ognuno in cuor suo sa che appena la musica smette di suonare, potrebbe essere lo sfigato che rimane senza sedia, l’unico in piedi sopra a tutti quei volti che lo guardano vittoriosi e sollevati perché sono riusciti ad accaparrarsi la loro cazzo di sedia sotto al loro cazzo di culo prepotente che ha spinto fuori il suo, costringendolo a uscire dal gioco.
Ma come in tutti i giochi, la fortuna è una maledetta ruota che gira e al prossimo turno il culo senza sedia potrebbe essere il tuo.
Io vorrei tanto saper scrivere cosa provo stanotte ma non riesco.
Fastidio è la parola più banale che riassume qualcosa, ma non abbastanza.
Vedo arrivare le notifiche di messaggi che non ho voglia di leggere e ai quali risponderei con un semplice e significativo mavaiaffaculo.
Ma l’insistenza dei messaggi mi esaspera e alla fine rispondo con l’unica cosa che, in questo specifico caso, non avrei mai voluto fare ma che faccio come fosse una sorta di liberazione: togliermi di mezzo da questo valzer insopportabile di smancerie dagli apparenti fini nobili, in cui il mio ruolo è goffo, inutile e colmo di disagio, e lasciar ballare i ballerini.
Trovo tutto questo quotidiano così squallido e scontato (rispetto all’immenso sentire di ben alte situazioni) da aver volgia di scappare lontano per non farmi imbrattare e ingoiare dallo stupido timore di un fenomeno col culo prepotente, perché qualche anno fa ho capito che il gioco delLa Sedia può far molto male e ho deciso che non ci avrei mai più giocato.
martedì 31 agosto 2021
Simona
Ciao Simo,
Ieri sono stata a casa tua e poi al tuo Rosario.
C’erano delle cose che volevo raccontarti e avrei voluto telefonarti.
Ero lì e pensavo minchia appena la becco le dico sta cosa. Il pensiero, per quanto complesso o lungo sia, riesce a essere contenuto nell’ambito di una frazione di secondo, dopo il quale mi ricordavo ogni volta che tu in effetti c’eri ma eri quella nello scatolone di legno, pertanto non potevo telefonarti e se lo avessi fatto, avrebbe risposto Fabio. Alla fine cazzo ci puoi impazzire dietro a questo loop infinito e veloce di pensiero e consapevolezza.
Comunque, tu te ne stavi lì con un vestito a fiori, un foulard al collo, il viso tirato e truccato, le braccia magre e segnate dalle flebo e un paio di bigliettini teneri tra le mani.
Avevi anche il ciuccio di Fili, tra le mani.
Ecco lì ho pianto. Al ciuccio proprio non ce l’ho fatta.
Sei mamma tutta, dalla testa ai piedi, ma vera mamma italiana doc intendo, di quelle che porterebbero il ciuccio all’occorrenza anche se il figlio ha 19 anni, ché non si sa mai che possa avere bisogno di conforto vedendoti lì distesa immobile. Quindi ci sta che ti mettessero il suo ciuccio in mano. Ho pensato che lo stesso identico ciuccio di gomma che apparteneva a Edo ce l’ho anche io. Ho pensato che devo dire a chi si occuperà di sistemare il mio corpo nello scatolone di mettere anche a me il ciuccio di Edo in mano, bella idea che mi hai dato. Te la copio.
Insomma, dicevo, tu c’eri. E il fatto che fossi lì come protagonista mi impedisce adesso di prendere il telefono e raccontarti come è andato il tuo Rosario.
È andato bene.
Appena entrata in casa ho beccato tua sorella davanti alla cucina. Il pensiero che viaggia alla velocità della luce stavolta è stato di dire Ciao Simo, perché per me lei eri tu. Ieri vi somigliavate nell’aspetto e nei modi più di quanto non vi siate mai assomigliate.
A casa tua c’era l’odore della tua morte. Ma tu non eri in quell’odore. Tu sei sempre profumata di buono e sai, il cervello è potente: con un po’ di concentrazione dopo poco sono riuscita a non sentire la morte ma a sentire la Simo. Il tuo naso era lo stesso che quando sorridi si arriccia, solo che lì era leggermente più assottigliato e purtroppo non era arricciato dal sorriso. Le tue labbra erano sottili e lievemente screpolate ma a fianco, appoggiato dentro lo scatolone, c’era un burro di cacao che probabilmente ti mettono ogni tanto per ammorbidirle.
Tu c’eri, ma non eri quella nello scatolone, eri tutta intorno a noi, ci ascoltavi, sorridevi anche col naso, mentre noi parlavamo, mentre noi piangevamo.
Ho parlato molto con la Guerrina, persino di congressi e tu c’eri, ascoltavi e magari intervenivi anche, ma noi non potevamo sentirti. Io ho giocato per un’ora con il tulle bianco che ti avevano steso addosso. Ma anche con il raso color crema che rivestiva il tuo scatolone di legno. Erano come le briciole con cui gioco quando sono a tavola. Parlavo e giochicchiavo strofinando i tessuti tra le dita.
Fabio mi ha raccontato i tuoi ultimi giorni, mi ha descritto con che grazia tu hai accompagnato lui e lui ha accompagnato te in questo difficile e prematuro passaggio. Pieni di Grazia. Non è un’espressione bellissima? (Grazie Germa).
Beh, è così che avete condotto la cosa voi. In grazia piena.
Poi siamo usciti per andare in chiesa. Tua madre prima di uscire ti ha riempita di baci sulla fronte. Ti diceva Ci vediamo dopo amore mio, eh? Ciao amore mio.
Ti ho baciata anche io e la tua fronte era fredda.
Nel tragitto ho parlato con tua mamma.
Lei ha pianto, ha detto che questo dolore non lo augura a nessuno.
Ha ragione.
Una madre non dovrebbe mai assistere alla morte di un figlio. Mai. Questa cosa Dio dovrebbe un attimo annotarsela su un qualche taccuino. Proprio lui, che è morto davanti a sua mamma.
Ha detto che tu spesso hai fatto da mamma anche a lei, perché lei è una mamma un po’ bizzarra, proprio così ha detto. Io ho sorriso, questa cosa tu a me l’hai detta tante di quelle volte. Sentirla da lei mi ha fatto tenerezza.
Poi si è avvicinata una tipa strana, un po’ fuori di testa. Stavamo camminando verso la chiesa, lei era davanti a noi. Così dal nulla si è girata e si è presentata, ha detto il nome, io le ho detto il mio. Tua madre di nascosto ha sbuffato, io le ho chiesto se la conosce e lei ha detto che è una parente della cognata di boh? Forse tua o sua. Ha aggiunto: ma non ci siamo proprio.
Era veramente fuori come un culo Simo. Stavo per telefonarti e farmi dire da te chi poteva essere.
Poco dopo l’ho vista esplodere in lacrime con tua sorella e le urlava “io non ho neanche fatto in tempo a conoscerla bene, mi ricordo solo i suoi occhi azzurri!” tua sorella scazzatissima non so cosa le abbia detto ma dal tono sbrigativo era chiaro che avrebbe voluto risponderle “e allora, gioia mia, cosa cazzo vieni a piangere da me”.
Che scenetta Simo, dovevi vederla.
Senza contare il fatto che i tuoi occhi non sono manco azzurri.
Vuoi sapere di Fili? Bello come il sole. Alto, prestante, un taglio di capelli che gli sta da dio, un sorriso dolce per tutti, un abbraccio caldo per tutti. Solo in chiesa era sulla panca curvo e a forma di jonny greenwood alle tastiere, lo stato d’animo accartocciato su se stesso, ma alla luce del sole di fronte alle persone ha tenuto botta da vero ometto.
Fabio mi ha confidato che Fili vorrebbe prendersi un anno sabbatico e non iniziare subito l’università. Non ti incazzare Simo. Non lo farà, ne sono certa. È solo il suo modo per sfogare il suo dolore con qualcosa che sappia di estremo. Ma non lo farà. Posto che se davvero desiderasse farlo, sai come la penso circa le decisioni dei nostri ragazzi. Ma ovviamente te non la prenderesti bene, quindi basta, stop, non parliamone più se no finisce che discutiamo, perché ‘tanto io, anche se hai ragione, devo sempre darti addosso.
Il prete, beh Simo, ti dico solo che forse era un po’ ciucco.
Eh oh. Pensavi di poter avere un prete in bolla al tuo Rosario? Mentre parlava a Fabio e a tua sorella, ha detto “Anvedi, come dite voi a Genova” e tua sorella lo ha subito ripreso con la sua bella cocina genovese (la stessa tua) “no, guardi che noi a Genova anvedi ce ne guardiamo bene dal dirlo. Eh.”
Usciti dalla chiesa tua mamma ha mugugnato pesante. Il prete non le è piaciuto per niente. Manco si è degnato di andarla a salutare. Tua sorella l’ha sedata dicendo che aveva salutato Fabio e Filippo. Comunque per me tua madre non aveva tutti i torti. Che cazzo, è la mamma e doveva andare a salutarla.
Tuo padre sempre un po’ in disparte; io, non so perché, non sono riuscita ad andare a salutarlo. Gli sorridevo da lontano, ma lui sembrava altrove, in un’altra dimensione, sempre, chissà, magari ti stava cercando in un posto tutto suo della sua mente.
Sono venuta via con la Guerrina. L’ho accompagnata a casa a Rivarolo. Brava persona. Brava organizzatrice di eventi: pensa che alle 19.30 ti ha tirato fuori dal cilindro l’organista per oggi, visto che Don “Anvedi” se ne è sbattuto il belino di cercarlo.
È andato bene Simo, c’era tanta gente, non oso immaginare oggi al funerale.
Ah, forse oggi voglio fare la comunione dopo esattamente 25 anni che non la facevo. 31 agosto 1996 l’ultima volta.
La faccio così, sporca come sono. Chissenfrega.
Ci volevi tu per farmela fare.
Quanto sei amata Simo, quanto sei stimata.
Hai tutte le ragioni di esserne orgogliosa, perché hai dato tantissimo.
Pensa che mi ha scritto un messaggio bellissimo anche la Silvia comunista con cui ti eri scontrata per la questione di Multedo.
Quanto vuoto che tutti dovremo colmare.
Vorrei telefonarti, dirti queste cose e poi farmi raccontare tutto di te, dove sei, cosa fai, come stai, se hai scoperto qualche segreto interessante sull’universo, o qualche ciatellamento che vedi dall’alto.
Sei in un posto bello, vero?
Dai, fatti sentire in qualche modo.
Batti un colpo sui nostri cuori, tu che hai sempre avuto il controllo su tutto, non può essere così difficile per te.
Noi per ora siamo sempre qui, tra il mare e i monti: i tuoi amici, la tua mamma e il tuo papà, la tua sorellina.
Il tuo Fabio, il tuo Filippo.
Fallo soprattutto per loro.
Batti un colpo su questi cuori pieni di amore per te e fai brillare ancora i loro occhi.
Sihì?
Ma certo, io so che lo farai.
lunedì 2 agosto 2021
Marimo
Buonasera,
(È notte ma finché non decido che è ora di chiudere gli occhi per me è ancora sera.
La buonanotte è un saluto diverso da tutti gli altri. Non si può dire buonanotte e poi iniziare un discorso. È un saluto di commiato, se si dice buonanotte bisogna levarsi in fretta dal cazzo.)
Siamo ai primi di agosto, oggi il mio fratello maggiore compie gli anni (auguri Marchetto, anche se qui non li leggi ❤️ Sono il 7 e il 9 che moltiplicati insieme fanno 63, non saranno pani e pesci, ma vedi che se mi impegno bene i miracoli so farli anche io?).
Stasera sto pensando a 4 cose che riguardano questo periodo:
- la prima dose di vaccino appena fatta - e vabbè, ormai è fatta e non c’è molto altro da aggiungere
- la mammografia che avrò tra due giorni
- l’anniversario fra tre.
Sulla mammografia non ho nulla da dire se non che fa parte di un difficile capitolo che porta il nome di una amica, a seconda del risultato potrò dire “ma perché anche a me?” o “perché solo a lei?”.
Entrambe le domande saranno dolorose, solo che la seconda mi permetterà di continuare a pensare alle solite cazzate quotidiane.
L’anniversario, 5 agosto 2015, data che ha stravolto in positivo tutta la mia vita e 5 agosto 2018, data che ha stravolto la mia natura e cambiato per sempre il mio DNA affettivo, facendo di me un mostrillo di ossessioni e paranoie. (Un po’ come quei folli di merda dicono del vaccino, che ti cambia il DNA, ma su questo argomento non avrei voluto aggiungere altro, perché alla fine un po’ ci credo).
Il 5 agosto come il 22 giugno, gli ossimori delle ricorrenze, due date e quattro motivi opposti che le rendono speciali.
Vita e morte, “vita” e “morte”.
La quarta cosa a cui sto pensando è che tra 10 giorni ricorre un altro anniversario: i 20 anni della mia maternità.
Quest’anno a lui vorrei regalare un Marimo, l’alga a forma di pallina che vive in un barattolo di vetro pieno d’acqua e che può campare anche cent’anni. Anche duecento, se gli gira.
Spero di trovarne uno che abbia più o meno la sua età.
Il Marimo di 2001 odissea nel barattolo.
Mi piace l’idea del Marimo perché è un piccolo essere vivente, perché è giapponese (e lui ama il Giappone), perché respira e fa le bolle e perché ogni tanto danza nel suo barattolo, poi si posa e si riposa.
Ma la cosa che trovo più significativa del Marimo è che ogni tanto va strizzato delicatamente per liberarlo dalle impurità che gli si accumulano addosso.
Desidero che il mio giovane ventenne impari a strizzarsi quando non ne può più, quando i pensieri si fanno velenosi, le preoccupazioni intossicano il corpo e le date belle diventano ossimori e si fanno offuscare dagli eventi meno belli.
In fondo in questo universo non siamo altro che tanti piccoli coglioni dai quali strizzar via le rotture, prima del tuffo per tornare nel barattolo della vita e riprendere a respirare, fare le bolle, danzare, finire sul fondo e riposare, fino alla prossima strizzata di una mano che sappia prendersi cura di noi.
Mi congedo, ora posso dire buonanotte.
domenica 18 luglio 2021
Sunto di una vacanza
Matrigna (o madrigna) s. f. [dal lat. tardo matrigna, der. di mater -tris «madre», esemplato su privignus «figliastro»]
1. Seconda moglie di un uomo, rispetto ai figli nati dal primo matrimonio: la mia m., la nostra m.; una buona m.; la cattiva m., come personaggio tipico di fiabe popolari (Biancaneve, Cenerentola, ecc.) simbolo di tirannia e talvolta di perfidia.
2. In senso fig., con riferimento a persone, forze materiali, entità astratte e sim. che si dimostrino poco amorevoli, ostili, avverse, crudeli.
“Magari tra poco vi lasciate”, antico proverbio di Borghetto Santo Spirito rivolto alle matrigne.
Cinque parole, cinque pugni nello stomaco.
Per te, Matrigna, questa vacanza finisce qui.
mercoledì 16 giugno 2021
Scherzavo
Una volta, poco tempo fa, ho scritto qui che sentivo una data di scadenza incombere su di me.
Beh, scherzavo.
Cioè non lo sapevo di scherzare, pensavo di essere seria, ma quando mi accorgo di aver detto una minchiata io scherzo sempre, quindi scherzavo anche quella volta.
Parlavo forse di sentimenti, di non sentirmi mai al sicuro, o di provare il dispiacere della giovinezza che si allontana, la seccatura di un nuovo metabolismo che mi sta sul cazzo o qualcosa del genere. Credevo di parlare di cose serie, e invece stavo solo scherzando.
Conoscere la data di scadenza è qualcosa di ben diverso da queste stronzate scritte per noia in quelle notti dove ho solo voglia di allenarmi nella pratica della frustrazione.
Sarebbe molto bello, invece, che smettessi di praticarla e tornassi a coricarmi sul mio letto ad un’ora decente, anziché accartocciarmi su un divano ad un’ora impossibile; sarebbe bello che imparassi ad avere più cura del mio riposo, dei miei polmoni, del mio corpo e della mia mente tutta.
Sarebbe molto bello, anche , che prima di chiudere gli occhi, imparassi a ringraziare per ogni giorno vissuto senza sapere quando e di cosa dovrò morire, invece che sparare cazzate sulle date di scadenza.
Perché questo è un privilegio di cui non si apprezza mai abbastanza il valore.
Ci sono persone che con una presunta data di scadenza ci convivono davvero, mica per scherzo. Un bel giorno qualcuno arriva e gliela stampiglia addosso senza tanti complimenti. Come un addetto agli scaffali di un supermercato anni 80, solo che è in camice bianco.
Mi immagino che per loro inizi una corsa al tempo, fare cose prima che arrivi quella data, ma fare anche cose affinché quel post-it nero attaccato al calendario venga strappato via in barba alle percentuali di sopravvivenza, per ritornare tra le braccia della rassicurante Ignoranza che permette di usare termini come futuro, progetti, mutuo ventennale, invecchiare o quando andrò in pensione io l’Inps non avrà più soldi.
È proprio così come me lo immagino?
La cosa incredibile è che alcune di queste persone sviluppano un coraggio e una fierezza spiazzanti con cui accarezzano la vita in modo veramente profondo e genuino.
È affascinante e sconcertante entrare nella dimensione complessa di queste persone e ammirare, dal mio punto di vista di illusa immortale, come il loro approccio alla quotidianità si faccia più raffinato, consapevole e attento a dilatare il momento presente rispetto a quello infinitamente più grezzo, maleducato e spesso privo di coscienza con cui siamo abituati, fin da piccoli, a misurare la vita.
Ma la domanda è: quanto coraggio e quanto amore bisogna accumulare per parlare della propria data di scadenza a un compagno, a un padre e una madre, a un fratello o una sorella?
E soprattutto quanto per parlarne a un figlio?
Io non lo so, prova a dirmelo tu quanto.
Anzi no, va’, non dirmelo, non lo voglio sapere, tutto questo coraggio è troppo immenso per stare nella mia testa.
Noi immortali siamo piuttosto codardi. Noi, la data di scadenza, la concepiamo per scherzo, mica riferita al respiro. Quello è dato per scontato.
Ciò che vorrei confessarti adesso, Simo, è che ci sono momenti in cui penso, in preda a un raptus di sfrenato egoismo, che avrei preferito non averti mai conosciuta.
Mi sarei risparmiata questa fottuta paura della tua incredibile dimensione.
Ma è solo un attimo, poi passa, devo solo abituarmi alla vertigine che mi provoca affacciarmi da lì a fianco a te.
Per il resto del tempo, nello scorrere costante della mia vita ignara della sua scadenza, prego il tuo dio - sperando abbia ancora voglia di essere un po’ anche il mio - che ti restituisca presto la tua dose spettante di beata ignoranza a tempo indeterminato, perché a dirla tutta la meriti più tu di quanto me la stia meritando io.
Ah, la tua macchinetta del caffè credo sia da decalcificare.
giovedì 22 aprile 2021
L’assemblea dei condom-ini
No, brava gente che vive con me in questi poveri brutti parallelepipedi vagamente bauhaus e che ho il piacere di incontrare nelle assemblee dei gondoni, neanche stasera abbiamo vinto la medaglia d’oro alla comunità sana. Sapete parlare di democrazia solamente urlando, occultando maldestramente il vostro bullismo di merda, le vostre arringhe tendenziose, le inequivocabili mimiche facciali per svilire il voto diverso dal vostro. Abusate della forza di una maggioranza che non conosce il significato dell’interesse collettivo, del riconoscimento di un merito e dell’empatia, una maggioranza che pensa di esprimere il senso civico e collaborativo solamente intimidendo e prendendo per il culo chi prende una posizione differente.
Io sono una perdente, lo so. La sarò sempre per voi. Le discussioni con voi e i registri arroganti e dileggianti mi sfiniscono, mi sfibrano. Ma alla fine mi congedo sempre sorridendo educatamente, perché in fondo sono anche un po’ agrimony: il dispiacere di questa esperienza di vicinato me lo tengo dentro.
Dopo 5 ore, quando rientro a casa, chiudere la porta e baciare mio figlio che alle 22 mi ha aspettato per la cena, mi dà conforto. Al telefono suo padre, un povero diavolo come me, che mi chiede come è andata.
E come vuoi che sia andata. Stasera ho qualche motivo in più per desiderare di vendere la mia amata casa, così estinguiamo il mutuo, estinguiamo il prestito, destiniamo un po’ di soldi al ragazzo per il suo futuro, tu ti indebiti nuovamente per un’altra casa con la tua futura nuova moglie e con la tua squadra di galline e io boh, si vedrà.
Metto su due bistecche, penso alle cose che ho detto bene, a quelle che avrei potuto dire meglio e a quelle che sarebbe stato meglio tacere. Penso ai miei probemi di soldi, a quelli di lavoro, a quelli che tengo a bada con 16 gocce al giorno di cocktail di Bach. Penso alle pratiche della separazione che mette fine legalmente a un legame che nel bene e nel male è durato 20 anni (gli ultimi cinque non li conto) e alle gomme della Smart da cambiare, perché pare che le mie gomme lisce non siano compatibili con la vita. Penso alla mia mamma che vorrebbe avermi a cena tutte le sere, penso a Mauro A. che oggi è morto d’infarto al porto di Voltri a 48 anni, penso a tutte le persone che hanno perso un figlio, a mio figlio grande che ha 'perso' il suo primo amore e al mio figliastro piccolo che non ha ancora perso nulla ma sta lottando per trovare se stesso. Penso a tutti noi, ma soprattutto alla generazione che abbiamo sfornato noi, che abbiamo perso il senso di libertà ma abbiamo le mani più pulite.
Penso ai giorni di dukan che sto facendo e alla mancanza di zuccheri che mi spappola il cervello e oggi mi ha fatta stare poco bene.
Penso che avrei voglia di drogarmi un po’ e che pure una scopata non farebbe male stasera, ma sono troppo stanca, quindi forse no, non scoperei.
Penso che non sono sola, perché c’è lui dall'altra parte della città che in questo momento sta tenendo a bada i suoi di pensieri, mentre guarda una serie col mio figliastro, cioè suo figlio, ma lo sento come se fosse di là, nel suo “ufficio” che gioca a homescapes attendendo l’arrivo del caffè.
Penso che venerdì lo vedrò e pensandolo sorrido.
Le bistecche sono pronte, altre proteine da assumere che magari mi faranno scendere di un altro chiletto nel giro vita e nella coscia, mioddio come sarei contenta di piacermi un po’ di più in questo periodo. Apparecchio in sala per me e Edo, l’episodio 5 stagione 3 di Better Call Saul sta per iniziare: il processo a Jimmy.
E mentre penso a tutto questo e impiatto le bistecche, protetta nel mio bel nido casalingo dentro ai parallelepipedi bruttarelli, le mie ansie e le mie preoccupazioni, le mie emozioni negative e i miei pesi di responsabilità si snodano e si ripongono temporaneamente e ordinatamente come lunghi capelli appena pettinati; mi pare quasi impossibile che stia provando qualcosa di simile alla felicità.
Fermo risolutamente il tempo per acchiappare questo attimo, fotografarlo, preservarlo, renderlo indelebile insieme a mille altri che ho messo nel mio album immaginario, io e tutto il resto siamo lì dentro, in quell’album, senza soluzione di continuità.
Allora mi riappacifico anche con l’assemblea dei gondoni, perché se ancora non ho capito il motivo per cui preferiamo essere così pessimi e brutti se riuniti in quella sala, almeno ho capito che nessuno fa eccezione, ho capito che in ognuno di noi sono custoditi momenti fermi e indelebili, ognuno dentro al suo cubo che compone l'enorme parallelepipedo come quella scena del film di Hitchcock, ognuno dentro al suo album di momenti catturati che ci rendono momentaneamente felici.
E momentaneamente brava gente.





