Leterno riposo
dona l'oro Signore
splenda dessila
luce perpetua
riposino impace
E così sia.
Quando ero piccola mia madre, prima di cantarmi Buonanotte Fiorellino, mi faceva dire a mani giunte L'eterno riposo per i nonni.
Io lo dicevo così, sbagliato come l'ho scritto, e mentre lo recitavo, mi chiedevo cosa cazzo stessi dicendo ai nonni e perché non potessi dir loro qualcosa di più semplice del leterno riposo, tipo “ma com’è che ve ne siete andati via tutti e 4 prima che io venissi al mondo?”
Ancora oggi le mie preghiere restano confuse, imprecise e sbilenche e le facce dei nonni solo delle immagini che non posso nemmeno allargare con le dita.
In questi giorni sto guardando la casa della mamma sapendo che saranno le ultime volte.
La guardo con pudore come si guarda qualcosa che sta per essere spogliato e tolto di mezzo.
Dismettere la casa dei genitori è, da sempre, una immensa menata che prima o poi fanno tutti.
Ma solo adesso mi rendo conto che chi lo ha fatto prima di noi, lo ha fatto in intimo silenzio, come se non potesse svelare a nessuno il segreto di questo piccolo lutto domestico.
Il mio Leterno riposo, oggi, è dedicato a quei muri carichi di quadri, a quella planimetria catastale irregolare e a tutti gli oggetti nella loro disposizione disordinata, che la abiteranno ancora per poco prima di essere sbarazzati, veduti per due spiccioli a un mercatino dell’usato o buttati in una discarica.
Il Leterno riposo dona, o signore, alla vista sbalorditiva che per anni ci ha regalato la loggia sempre fiorita, al sole in cucina che ci ha fatto sudare; a tutte le nostre vigilie di Natale, ai sapori, ai suoni, agli odori e alle percezioni della pelle (tutta) che hanno fatto da sfondo alle nostre abitudini famigliari.
Il Leterno riposo dona a quello che siamo stati e a quello che siamo diventati lì dentro.
E quindi, sconosciuti nonni dalle voci mai sentite, ora tocca a voi.
Io non ho posto per questa roba, è materia da consegnare ai morti e da riempire di leterno riposo.
Prendetevela voi, questa casa.
Prendetevi i muri, la luce, le pentole, i bicchieri, i libri, le pitture, gli abiti, le foto, il disordine e il letto verde in ferro battuto, dove i vostri figli ci hanno concepito.
Prendetevi tutto, anche lo scazzo, la stanchezza e il disastro emotivo che stiamo provando noi quattro, ognuno a modo suo, ognuno per i fatti propri.
Prendetevi quello che non so dove mettere e lasciatemi solo il ricordo di una canzone cantata prima di chiudere gli occhi e una preghiera troppo difficile per la bocca di una bambina.
Che riposino impace insieme a voi, e così sia.