giovedì 12 febbraio 2026

Via Salgari 449/5

 Leterno riposo

dona l'oro Signore

splenda dessila

luce perpetua

riposino impace

E così sia.


Quando ero piccola mia madre, prima di cantarmi Buonanotte Fiorellino, mi faceva dire a mani giunte L'eterno riposo per i nonni.

Io lo dicevo così, sbagliato come l'ho scritto, e mentre lo recitavo, mi chiedevo cosa cazzo stessi dicendo ai nonni e perché non potessi dir loro qualcosa di più semplice del leterno riposo, tipo “ma com’è che ve ne siete andati via tutti e 4 prima che io venissi al mondo?”

Ancora oggi le mie preghiere restano confuse, imprecise e sbilenche e le facce dei nonni solo delle immagini che non posso nemmeno allargare con le dita.

In questi giorni sto guardando la casa della mamma sapendo che saranno  le ultime volte. 

La guardo con pudore come si guarda qualcosa che sta per essere spogliato e tolto di mezzo.

Dismettere la casa dei genitori è, da sempre, una immensa menata che prima o poi fanno tutti.

Ma solo adesso mi rendo conto che chi lo ha fatto prima di noi, lo ha fatto in intimo silenzio, come se non potesse svelare a nessuno il segreto di questo piccolo lutto domestico.

Il mio Leterno riposo, oggi, è dedicato a quei muri carichi di quadri, a quella planimetria catastale irregolare e a tutti gli oggetti nella loro disposizione disordinata, che la abiteranno ancora per poco prima di essere sbarazzati, veduti per due spiccioli a un mercatino dell’usato o buttati in una discarica.

Il Leterno riposo dona, o signore, alla vista sbalorditiva che per anni ci ha regalato la loggia sempre fiorita, al sole in cucina che ci ha fatto sudare; a tutte le nostre vigilie di Natale, ai sapori, ai suoni, agli odori e alle percezioni della pelle (tutta) che hanno fatto da sfondo alle nostre abitudini famigliari.

Il Leterno riposo dona a quello che siamo stati e a quello che siamo diventati lì dentro.

E quindi, sconosciuti nonni dalle voci mai sentite, ora tocca a voi.

Io non ho posto per questa roba, è materia da consegnare ai morti e da riempire di leterno riposo.

Prendetevela voi, questa casa.

Prendetevi i muri, la luce, le pentole, i bicchieri, i libri, le pitture, gli abiti, le foto, il disordine e il letto verde in ferro battuto, dove i vostri figli ci hanno concepito.

Prendetevi tutto, anche lo scazzo, la stanchezza e il disastro emotivo che stiamo provando noi quattro, ognuno a modo suo, ognuno per i fatti propri.

Prendetevi quello che non so dove mettere e lasciatemi solo il ricordo di una canzone cantata prima di chiudere gli occhi e una preghiera troppo difficile per la bocca di una bambina.

Che riposino impace insieme a voi, e così sia.





domenica 25 gennaio 2026

Bingo!

 https://lasedia2punto0.blogspot.com/2024/05/little-boy-i-wanna-marry-you.html?m=1


In questo post di marzo 2024 avevo parlato di un futuro lunedì 19 gennaio 2026: i nostri 10 anni da quando ci hanno beccato (i 10 anni di luce) e avremmo dovuto celebrarli con un matrimonio.

Lunedì 19 gennaio 2026 invece siamo andati al Bingo per la prima volta.

Niente nastro tra i capelli, niente Palazzo Imperiale, anche se la macchina l’abbiamo ugualmente posteggiata nel parcheggio di Piazza Dante.

Niente Gaiotti e niente Marcobella che testimoniassero un Sì.

La sveglia che a marzo 2024 avevo impostato alle 18:00 del 19 gennaio 2026 non ha suonato e, se avesse suonato, non ero sul treno.

Solo un lunedì sera come tanti:

una visita veloce al mio neonato pronipote Leandro venuto al mondo il giorno prima (❤️), poi un negroni e un margarita nei vicoli, e poi la suprema decadenza del bingo.

Il fumo, la voce che chiama i numeri troppo in fretta, la gente concentrata che non chiacchiera e non ride, e noi che invece si ride come due scemi.

Come due che 10 anni fa sono nati nel modo più sbagliato in cui può nascere una coppia e che non hanno ancora imparato a stare composti nella vita a due.

Non ci siamo sposati perché il tempo ci sta correndo troppo addosso e le piccole grane ci consumano, perché non sapremmo come organizzare due case e un figlio ciascuno e forse anche perché al momento non serve.

Perché dopo dieci anni iniziati da amanti scoperti, dopo le vergogne metabolizzate e le nostre vite tenute insieme con lo sputo, l’amore e l’ironia, l’unica cerimonia possibile adesso era sedersi lì, a un grande tavolo rotondo di un bingo mezzo vuoto, perdere tutte le partite giocate, farci l’improbabile selfie, e infine tornare a casa con cinquanta euro in meno e identici a prima.

Io avevo paura di non arrivarci viva.

Ci sono arrivata.

Ma non mi sono ri-sposata.

In questi giorni di gennaio 2026 è uscita una canzone che si intitola Gennaio 2016.

Un tiro mancino del destino come regalo per i nostri 10 anni.

Forse vincere è esattamente questo: far finta che ci abbiano dedicato una canzone ed esserci ancora, senza bisogno di promettere niente, in un lunedì 19 gennaio 2026 dove non si manifestano neanche gli spacciatori di popper,

ma noi sì. 

Bingo.


Tiromancino, Gennaio 2016





domenica 18 gennaio 2026

Spaco botilia



 Hai mai buttato la spazzatura in un momento di rabbia?

Io credo di averlo fatto spesso ma solo ieri mi sono accorta di quanto sia terapeutico per quei pochi secondi in cui lo fai.

Naturalmente la terapia vale solo se fai la differenziata.

Io non sono una cittadina modello: differenzio solo plastica e vetro. Tutto il resto finisce in un unico sacchetto e porta lo stesso generico nome: rumenta.

Plastica, vetro e rumenta.

Ieri pomeriggio, come ormai spesso succede, ero in preda a crisi varie, film mentali, preoccupazioni e rabbia che non si può veicolare verso qualcuno, perché non c’è in effetti nessuno da accusare.

Quel genere di rabbia che non può fare rumore se non dentro di me.

E ieri pomeriggio ho appunto buttato la plastica, il vetro e la rumenta.

Avevo una ventina di bottiglie che ho iniziato a cacciare nel buco della campana verde con tutta la forza che avevo.

Sentivo andare in frantumi le bottiglie vuote di vino, prosecco, superalcolici e quelle delle passate di pomodoro.

C’ero solo io che lanciavo una bottiglia dopo l’altra, contandole ad alta voce, e c’erano le fredde note extra dry e acute del vetro che si spacca.

Musica e voce, dio che meravigliosa liturgia liberatoria.


In quel momento ho pensato che tutto sommato l’AMIU (salve Bruno!) fa bene a chiedermi quasi 500 euro all’anno di Tari.

Son soldi ben spesi.

- Ma se stai così perché non ti fai vedere da uno bravo?

- Oh, non ne ho bisogno, pago già un botto di Tari che comprende la terapia della rabbia mentre faccio il vetro.


Poi però la rabbia è tornata.

Ma il vetro era finito.

E alla rabbia, quando non ha più bottiglie vuote da far suonare, resta solo una voce di merda che sbaglia sempre bersaglio.